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Evento

24/11/2017

Biasi e Bonalumi, "Avanguardia senza fine"

Un'esposizione a Milano mette a confronto opere scelte dei due artisti realizzate dalla fine degli anni Cinquanta al 2013

Agostino Bonalumi, Rosso, 1988, tela estroflessa e tempera vinilica, 81x100cm
Agostino Bonalumi, Rosso, 1988, tela estroflessa e tempera vinilica, 81x100cm

Dal 28 ottobre al 26 gennaio 2018, alla PoliArt Contemporary di Milano, si svolge la mostra “Alberto Biasi e Agostino Bonalumi. Avanguardia senza fine 1959-2013”, a cura di Leonardo Conti, la prima mostra in cui venti opere scelte dei due artisti sono poste in un confronto cronologico serrato, dalla fine degli anni Cinquanta sino al 2013.

Se, già sul finire degli anni Cinquanta, la ricerca di Biasi si pone come fondante per l’arte programmata e cinetica internazionale, Bonalumi è tra i capiscuola di quella particolare uscita dalla stagione informale attraverso la costituzione di forze soggiacenti che conducono alle sperimentazioni sull’estroflessione. L’uso della profondità è un comune denominatore agli esordi delle ricerche dei due artisti. Se Alberto Biasi, già nel ciclo delle Trame (1959), attraverso la sovrapposizione sfasata di fogli colmi di buchi, pone proprio la profondità come strategia compositiva per gli effetti di mutevolezza percettiva, anche Agostino Bonalumi (1959) si muove nella direzione del profondo, costruendo forze di tensione che producono l’estroflessione della superficie. Nell’opera Senza titolo del 1959, all’interno di una sensibilità ancora pienamente informale, Bonalumi già dispone pezzi di tubo nel drappeggio raggrumato di tela e cemento, componendo una sorta di dorsale, già allusiva a quelle architetture soggiacenti, che presto saranno le profondità delle sue estroflessioni.

Negli anni Sessanta, nell’ambito del Gruppo N, Biasi elabora compiutamente la radicale distinzione tra forma cinetica e forma dinamica: la forma cinetica si muove, producendosi in un movimento reale, la forma dinamica è ferma, ma induce il movimento in chi guarda, proprio in virtù di una mutevolezza percettiva. Dedica la maggior parte della propria ricerca alla forma dinamica, come nei cicli delle Torsioni (o Dinamiche) e dei Rilievi ottico-dinamici. Nella prima Dinamica in mostra, del 1969, è proprio la torsione di molteplici stringhe, inchiodate al centro e lungo il perimetro della forma geometrica scelta come sfondo, a creare l’effetto di dinamismo ottico, che induce l’osservatore a spostare il proprio punto di vista.

Agostino Bonalumi, negli anni Sessanta si misura con il fuori, creando diverse forme aggettanti, talvolta squadrate ma perlopiù tondeggianti, fino al cerchio, spesso anche isolate al centro delle tele. Il suo problema ora è lo spazio, in una declinazione inedita rispetto alla scultura, perché la forma emerge dalla tela allestita in parete, quindi interagendo anche con una percezione non abituale della forza gravitazionale. L’artista approfondisce questo rapporto tra spazio e luce, costruendo opere dalle forme tipicamente parallele. Nel grande Bianco del 1975, è una fluidità chiaroscurale, quasi nautica, a fondere le forti estroflessioni allo spazio circostante.

Negli stessi anni Settanta, in anni in cui la pittura è morta come linguaggio, Alberto Biasi crea i Politipi, nella necessità di approfondire e ampliare le possibilità linguistiche della propria ricerca, fatta di piani, stringhe in torsione, e chiodi: con una nuova libertà compositiva, l’artista diviene persino rappresentativo, simbolico e figurativo. Nel grande politipo Giano, tra giorno e notte del 1980, una striscia mediana di luce e ombra raccoglie nello sguardo di chi passa l’attimo ambiguo che lega il giorno e la notte.

Per Bonalumi gli anni Ottanta sono il momento di riflessione sulla propria identità di pittore: le superfici estroflesse si animano di una sensibilità cromatica divisionista, fatta di tratti giustapposti di colore. Nell’opera in mostra Rosso del 1987 i rapporti di luce e ombra s’intridono di sfumature aranciate: il fondamentale rapporto tra dato reale e dato percettivo si spinge talmente verso quest’ultimo, da spostare l’estroflessione oltre il bordo della quadratura dell’opera, che persino si stacca dalla parete mediante un asimmetrico controtelaio. Anche Biasi, tra il 1999 e il 2000, cambia tutto con gli Assemblaggi, opere composte da due o più tele, trattenute da una striscia dinamica verticale. In un’opera come Ecco del 2005, la stessa ricerca dinamica diviene parte di un sistema più grande, in cui l’artista pone la molteplicità come estrema soluzione al problema irrisolto dello spazio, posto da Fontana più di mezzo secolo prima.




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