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Evento

6/11/2017

Bononi, il Seicento ferrarese tra sacro e profano

A Ferrara, a Palazzo dei Diamanti, una mostra dedicata a un grande protagonista della pittura del XVII secolo a lungo offuscato dal ricordo della stagione rinascimentale estense

Carlo Bononi, Trinità adorata dai Santi, 1616-17; Ferrara, chiesa di Santa Maria in Vado
Carlo Bononi, Trinità adorata dai Santi, 1616-17; Ferrara, chiesa di Santa Maria in Vado

“Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese” è la rassegna, la prima dedicata all’artista, allestita a Palazzo dei Diamanti, a Ferrara, dal 14 ottobre al 7 gennaio 2018, curata da Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con Musei di Arte Antica del Comune di Ferrara.

Bononi è uno dei grandi protagonisti della pittura del Seicento, artista ferrarese il cui nome è stato spesso accostato a quelli di Tintoretto, dei Carracci o di Caravaggio; per secoli, come del resto l’intero Seicento ferrarese, Bonomi è rimasto in ombra, offuscato dal ricordo della magica stagione rinascimentale degli Este. Una lenta operazione di recupero critico ha progressivamente messo a fuoco la figura di un artista unico, che seppe interpretare in modo sublime e intimamente partecipato la tensione religiosa del suo tempo.

Pittore di grandi cicli decorativi sacri e di pale d’altare, Bononi elabora un linguaggio pittorico che pone al centro l’emozione, il rapporto intimo e sentimentale tra le figure dipinte e l’osservatore. Negli anni drammatici dei contrasti religiosi, dei terremoti e delle pestilenze, il sapiente uso della luce e il magistrale ricorso alla teatralità fanno di lui uno dei primi pittori barocchi della penisola, come testimoniano le seducenti decorazioni di Santa Maria in Vado. Ma Bononi fu anche un grande naturalista: nelle sue opere il sacro dialoga con il quotidiano. Tele come il Miracolo di Soriano o l’Angelo custode mostrano quanto sentita fosse per l’artista la necessità di calare il racconto religioso nella realtà, incarnando santi e madonne in persone reali e concretamente riconoscibili.

Ma Bononi non dipinse solo soggetti religiosi, fu l’interprete di una classe di committenti colti e attenti alle arti, con preferenze spiccatamente musicali, inclini a contenuti figurativi un po’ licenziosi, come provano le varie redazioni del Genio delle arti, capolavori con i quali Bononi dialoga apertamente con Caravaggio e con i suoi seguaci. Il “divino” Guido Reni, a pochi mesi di distanza dalla morte di Carlo, avvenuta nel 1632, lo esaltava descrivendolo «pittore non ordinario» dal «fare grande e primario», dotato di «una sapienza grande nel disegno e nella forza del colorito».




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