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Evento

14/9/2015

Dai Maya agli Inca, "Il mondo che non c'era"

Al Museo Archeologico Nazionale di Firenze una mostra dedicata alle grandi civiltà mesoamericane, con reperti delle raccolte medicee e prestiti del Musée du Quai Branly e della Collezione Ligabue

Cultura Chimù-Lambayeque, maschera funebre, 1300 d.C., rame ricoperto da lamina d'oro, altezza 26cm; Venezia, Collezione Ligabue
Cultura Chimù-Lambayeque, maschera funebre, 1300 d.C., rame ricoperto da lamina d'oro, altezza 26cm; Venezia, Collezione Ligabue

A “Il mondo che non c’era”, alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra è dedicata la mostra a Firenze, dal 19 settembre al 6 marzo 2016 allestita presso il Museo Archeologico Nazionale, con un corpus di capolavori espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica, gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador, e delle Ande, Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina: dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana-Museo Archeologico Nazionale, prodotta da Ligabue Spa, con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze, la mostra presenta pezzi unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere del Musée du Quai Branly di Parigi e di collezioni internazionali. Il nucleo centrale è costituito da una selezione di opere appartenenti alla Collezione Ligabue: a pochi mesi dalla sua scomparsa, questa mostra vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931-2015), paleontologo, studioso, di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore, collezionista.

Una parte di questa collezione è il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy: un’esposizione che consente di scoprire, attraverso oltre 120 opere d’arte, le società, i miti, le divinità, i giochi, le scritture, le capacità tecniche e artistiche di quei popoli.

Il viaggio espositivo prende il via dalle testimonianze delle cultura Tlalica e Olmeca (dal 1200 al 400 circa a.C.), con esempi di figurine antropomorfe provenienti da necropoli che tanto affascinarono anche i pittori Diego Rivera, la moglie Frida Kahlo e diversi surrealisti. La cultura Olmeca si diffuse attraverso tutta la Mesoamerica fino alla Costa Rica, compresa la regione di Guerrero (Xochipala) famosa per le statuine di donne nude, giocatori della palla, coppie o danzatori dai corpi modellati e realistici e, in genere, per la produzione lapidea (tra il 500 a.C. e il 500 d.C.), che si svilupperà anche nella cosiddetta scultura Mezcala.

Tra il 300 a.C e il 250 d.C. l’Occidente del Messico si distinse per la realizzazione di tombe a pozzo collocate sotto le abitazioni. Tra le varie culture associate a questa regione, quella di Chupicuaro è conosciuta per le statuette policrome di ceramica cava, delle quali sono in mostra alcuni esemplari, come la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre, la testa deformata e gli occhi aperti a mandorla.

Si arriva poi a Teotihuacan, il primo vero centro urbano del Messico centrale, letteralmente “la città dove si fanno gli dei” e dove furono costruiti monumenti emblematici come la Piramide del Sole, quella della Luna e la Piramide del Serpente piumato. L’arte lapidaria appare molto stilizzata e ha prodotto pezzi monumentali, ma anche le famose maschere di Teotihuacan, concepite secondo un modello standardizzato, con il volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate, le opere esposte in questa occasione – tra cui alcune provenienti dalle collezioni antiche di André Breton e di Paul Matisse – potrebbero essere servite come maschere funerarie. Una di queste, La maschera in onice verde, conservata al Museo degli Argenti è appartenuta alla collezione dei Medici.

Della cultura Zapoteca – che si diffonde nel Centro del Messico nella regione di Oaxaca dal 500 a.C. al 700 d.C e vede il suo centro nella città di Monte Albàn – sono in mostra alcune delle famose urne cinerarie che appaiono dal 200 a.C al 200 d.C. Con la loro effige spesso antropomorfa, rappresentante un personaggio seduto con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia, probabilmente Cocijo, dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono.

Singolari anche le statuette realistiche in ceramica della cultura classica della Costa del Golfo, o cultura di Veracruz, decorate con bitume dopo la cottura. A introdurre nelle società dei Maya sono i sacerdoti, le divinità, gli animali addomesticati come i tacchini, i nobili riccamente adornati negli abiti e gioielli raffigurati in piatti, sculture o stele, ma soprattutto i preziosi vasi Maya d’epoca classica che forniscono informazioni sulla società e sulla scrittura di questa civiltà; le divinità dell’inframondo, i giocatori della palla, i signori-cervidi e signori-avvoltoi, il drago celeste, il dio K’awiil o giovani signori dai copricapi piumati sono i protagonisti che popolano i vasellami in mostra. Sono Aztechi invece gli importanti propulsori o “atlati”, usati per lanciare frecce, provenienti dalle wunderkammer medicee e ora nel Museo di Antropologia di Firenze.

Il viaggio continua con le testimonianze dal Sud America: dalla produzione delle prime ceramiche delle Veneri ecuadoriane di Valdivia, agli oggetti degli Inca; dal mondo dell’antico Chavin, dai tessuti e vasi della regione di Nazca, all’affascinante cultura Moche. Ma sarà l’oro a spingere nelle Ande spagnoli ed avventurieri alla ricerca dell’ “El Dorado”, uno dei grandi miti, vero motore della Conquista.




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