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Evento

25/3/2013

Guttuso, il realismo senza celebrazioni

In mostra ad Aosta, al Museo Archeologico, cinquanta opere dell'artista siciliano, dalle nature morte degli anni Trenta-Quaranta alle opere di impegno politico del secondo dopoguerra

Renato Guttuso, I tetti di via leonina con rampicante 1962-64
Renato Guttuso, I tetti di via leonina con rampicante 1962-64

Dal 27 marzo al 22 settembre, il Museo Archeologico Regionale di Aosta presenta la mostra Renato Guttuso. Il Realismo e l'attualità dell'immagine”, curata da Flaminio Gualdoni con Franco Calarota.
 
La mostra, realizzata dall'Assessorato Istruzione e Cultura della Regione autonoma Valle d'Aosta, porta in scena l’universo creativo dell’artista rendendo visibili al pubblico più di cinquanta opere del maggiore esponente dl realismo in pittura, a partire dalle nature morte della fine degli anni Trenta e dei primi Quaranta a lavori come Partigiana assassinata (1954), Bambino sul mostro (1966), Comizio di quartiere (1975). I lavori esposti sono frutto delle riflessioni che hanno imperniato l’intera esistenza dell’artista siciliano, nato a Bagheria nel 1911 e morto a Roma nel 1987, la cui ricerca creativa era un tutt’uno con l’impegno politico.
 
Coinvolto in prima persona nel clima sociale e politico del suo tempo, Renato Guttuso si è, difatti, distinto come una delle coscienze più autorevoli dell'arte del secondo dopoguerra. Se in campo politico l’artista afferma precocemente le proprie scelte antifasciste e l'adesione al movimento comunista, in ambito pittorico Guttuso ricerca un realismo esente da ogni valenza retorica e celebrativa, quale pura espressione e testimonianza critica del proprio tempo, del presente individuale e collettivo. Non a caso, l’artista ha affermato: «Volevo però dare, sia pure con un solo segno, il senso della storia che è passata», riportando sulla tela, sin dalla metà degli anni Trenta, un proposito artistico basato, da un lato, su un recupero critico dell'identità antica della pittura,  dall'altro, sulla volontà di rendere l’arte uno specchio della storia.
 
Le sue opere, tanto quando si parla di nature morta, quanto di ritratto o di nudo, lasciano trapelare suggestioni che vanno dall'amore per il Rinascimento e il Seicento all'umore popolaresco e, al tempo stesso, rivelano un presupposto imprescindibile per l’artista, come rivela questa frase: «Vorrei arrivare alla totale libertà in arte, libertà che, come nella vita, consiste nella verità», scrive Guttuso. Sotto questa prospettiva, non stupisce l’attenzione che l’artista pose al dibattito delle avanguardie, di cui ha piena consapevolezza ma che osserva mantenendo sempre un  punto di vista autonomo, come nel caso dell'espressionismo o dell’arte di Picasso.
 
«Ora che l'ideologia dell'avanguardismo a ogni costo cede il posto a riflessioni meditate sul secondo dopoguerra, la scelta ispida di Guttuso», scrive Flaminio Gualdoni nel saggio introduttivo al catalogo della mostra «un'aristocrazia formale attenta allo stesso tempo alle ragioni essenziali del comunicare, conferma che il senso della storia può essere continuità e non rottura, far nuova la sostanza dello sguardo e non la pelle del far vedere, riportare l'umano al centro del discorso e non limitarsi a un'arte che parli solo d'arte».
 




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