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28/5/2018

I "Tarocchi del Mantegna", dal microcosmo al macrocosmo

Alla Biblioteca Ambrosiana di Milano sono in mostra 28 fogli della celebre serie a stampa attribuita a lungo all'artista veneto

“L’Uomo divino. Ludovico Lazzarelli e i Tarocchi del Mantegna nelle collezioni dell’Ambrosiana” è la rassegna allestita alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano fino al 1º luglio e curata da Laura Paola Gnaccolini. La mostra, aperta il 17 aprile scorso, propone ventotto fogli della più antica e misteriosa serie a stampa, realizzata alla metà del Quattrocento in Italia settentrionale. I cosiddetti “Tarocchi del Mantegna” sono composti da cinquanta stampe incise a bulino, caratterizzate da un tratto molto sottile, grande dovizia di particolari, un raffinato sistema di tratteggio incrociato per le ombreggiature, divise in cinque serie di dieci elementi ciascuna, che raffigurano nell’insieme l’uomo come microcosmo e l’universo come macrocosmo.

Il fatto che queste incisioni siano per la maggior parte conservate in esemplari sciolti, il formato della stampa simile a quello delle carte da gioco e alcuni soggetti, hanno in passato indotto erroneamente la critica a ritenere che si potesse trattare di un insolito mazzo di tarocchi. Gli esemplari conservati in Ambrosiana sono impreziositi da diversi particolari realizzati in oro in foglia e dall’utilizzo di lumeggiature dorate. In origine si presentavano rilegati all’interno di libri che, a causa del loro successo collezionistico, vennero ben presto smembrati. Per consentire al visitatore di conoscere la loro forma primitiva, lungo il percorso espositivo è stata installata una postazione multimediale, dove viene mostrato in digitale l’esemplare conservato nella Pinacoteca Malaspina di Pavia.

Riguardo allo stile, le incisioni furono inizialmente ritenute d’influenza fiorentina, in virtù del confronto con le opere di Baccio Baldini; alla fine del Settecento, con il contributo di Luigi Lanzi, ci si orientò verso il Veneto, proponendo talora addirittura l’autografia di Mantegna. Questa proposta, sebbene in seguito abbandonata in favore di una lettura in chiave ferrarese, in stretta relazione con gli affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, restò per sempre legata alla serie. Recenti studi, condotti dalla curatrice, s’indirizzano a un’attribuzione a Lazzaro Bastiani, artista veneziano, noto anche come miniatore, a cui vennero diverse commissioni pubbliche di notevole rilievo, nelle cui opere giovanili si trovano molti punti di contatto con le incisioni, non solo nella generale proporzione allungata delle figure e nelle fisionomie, ma anche nella resa accurata delle mani, certe disarticolazioni delle spalle, le teste ovali dalla fronte ampia, gli occhi piccoli rotondi dalle palpebre molto segnate.

Alcune incisioni della serie vennero utilizzate dall’umanista marchigiano Ludovico Lazzarelli come spunto per comporre il De deorum gentilium imaginibus, un poemetto didascalico, enciclopedico in distici elegiaci, destinato nella prima intenzione al duca di Ferrara Borso d’Este, dove si nota una perfetta corrispondenza tra il testo poetico e le immagini delle incisioni. Proprio l’attenzione di Lazzarelli all’apparato iconografico delle sue opere porta a dubitare che possa aver utilizzato delle immagini create da altri e a suggerire con prudenza l’ipotesi di una sua responsabilità nell’invenzione della serie. Il suo perdurante interesse per un profondo cammino di rinnovamento interiore, che porti alla contemplazione di Dio, viene documentato in mostra dal manoscritto della sua ultima opera, il Crater Hermetis, un testo dedicato a re Ferdinando d’Aragona.

Andrea Mantegna, C. Astrologia. XXXVIIII. 39
Andrea Mantegna, C. Astrologia. XXXVIIII. 39


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