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Evento

9/4/2010

“I calchi”, l’umanità di Pompei

Una mostra all’Antiquarium di Boscoreale presenta le sagome realizzate a partire dalle impronte lasciate dai corpi delle vittime nella cenere dell’eruzione vulcanica: l’esposizione offre così uno spaccato della dimensione umana di quella catastrofe che ci ha consegnato un unicum archeologico

La locandina della mostra
La locandina della mostra

Chi erano le vittime dell’eruzione che distrusse Pompei? La domanda interroga da sempre i visitatori degli scavi, evocando l’umanità della città vesuviana trasformata dal disastro in un sito archeologico che non ha eguali. Il tema viene ora affrontato dalla mostra “I calchi”, allestita nell’Antiquarium di Boscoreale (Napoli) dal 5 marzo al 20 dicembre. L’esposizione rientra in un più ampio ciclo di appuntamenti (dal titolo “Uno alla volta”) organizzati dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei per studiare il mondo antico attraverso i reperti dell’area.



Sono più di mille (1047) le vittime umane stimate, su una popolazione di circa 12 mila abitanti; poco più di un centinaio (103), invece, i calchi eseguiti. L’esecuzione, infatti, è legata a diversi fattori, innanzitutto alle condizioni del rinvenimento: solo i resti in stato di cenere e in posizione isolata consentono il calco.



Curato dalla direttrice dell’Antiquarium, Grete Stefani, il percorso espositivo prende avvio dagli oggetti appartenenti alla collezione permanente del museo: il calco di cane della Casa di Orfeo, quello di un maiale e quello di una donna rinvenuta nella Villa della Pisanella di Boscoreale. A tali reperti se ne affiancano molti altri: i calchi di un intero gruppo familiare dalla Casa del Bracciale d’Oro, di un bambino ritrovato nelle vicinanze della stessa casa; dell’uomo della Casa del Criptoportico con le tracce dei calzari e delle borchie in ferro, dell’uomo caduto dalle scale durante la fuga dalla Casa di Fabio Rufo.



Si tratta di calchi, in copia o in originale, eseguiti a Pompei: si parte dalle prime applicazioni del metodo inventato da Giuseppe Fiorelli, l’archeologo che diresse gli scavi dal 1861 al 1875, per arrivare ai manufatti più recenti. Il metodo prevedeva una colata di gesso liquido nella cavità lasciata dal corpo nel materiale vulcanico, in modo da recuperare l’immagine della vittima. La prima sperimentazione risale al 1863, durante lo scavo del cosiddetto Vicolo degli Scheletri (tra le insulae VII 9 e VII 14), dove furono rinvenute le impronte di un uomo supino, di una donna accasciata sul fianco destro, di una ragazza caduta bocconi e di un’altra donna definita incinta per l’addome gonfio. Altri calchi seguirono sotto le successive direzioni: si ricorda, in particolare, nel 1961 la scoperta, ad opera di Amedeo Maiuri, del gruppo più famoso, i tredici individui dell’Orto dei Fuggiaschi.



Il metodo è tuttora utilizzato, nonostante l’affinamento delle tecniche, di cui la mostra dà conto. Si può osservare, ad esempio, il calco in resina della Fanciulla di Oplontis eseguito nel 1984 in un ambiente della Villa di Lucius Crassius Tertius, dove furono trovati 33 scheletri, quasi tutti di donne e bambini: il metodo Fiorelli è stato integrato con la fusione a cera della statuaria in bronzo; è stato così realizzato un calco trasparente che permette di vedere lo scheletro; con questo materiale, il fiberglass, inoltre, è stato individuato il bracciale che la ragazza portava al braccio, così come altri gioielli e oggetti che le vittime presero con sé nella fuga.




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