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Focus

21/6/2017

Collezioni digitali: più apertura, più sviluppo

Crescono le applicazioni, i servizi e i prodotti nati dal libero riuso dei dati sul patrimonio culturale. Dalla divulgazione al turismo, dalla moda alla musica, le più recenti esperienze italiane ed europee illustrate in una conferenza a Roma

CulturaItalia On The Go
CulturaItalia On The Go

Aprire la cultura digitale vuol dire aprire innumerevoli possibilità di sviluppo: applicazioni, servizi, prodotti per la divulgazione, la promozione turistica, la creatività, anche a fini commerciali. Il settore del patrimonio culturale è in fermento, in Italia e in Europa, come dimostrano le esperienze illustrate ieri a Roma, alla Biblioteca Nazionale Centrale, nella conferenza internazionale “Collezioni digitali aperte: iniziative italiane ed europee”, organizzata dall’Iccu, Istituto Centrale per il Catalogo Unico, con la collaborazione di Europeana, la biblioteca digitale europea, della quale CulturaItalia è partner come aggregatore nazionale. Lo scenario è quello dell’apertura delle raccolte digitali di biblioteche, musei e archivi, dell’evoluzione verso piattaforme che offrano la possibilità non solo di consultare i contenuti, ma di condividerli e riutilizzarli – mediante appropriate licenze che ne consentano il libero riuso, nel rispetto del diritto d’autore e di altri titolari di diritti – per finalità educative, creative e anche di impresa. L’idea di fondo è che proprio la redistribuzione, il riutilizzo e l’integrazione con altre fonti accrescano il potenziale di conoscenza e il valore dei dati.

La conferenza è stata inaugurata da Andrea De Pasquale, direttore della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che ha sottolineato l’importanza, secondo le direttive del Ministero dei Beni e le Attività Culturali e del Turismo (Mibact), della pubblicazione di data set aperti, fruibili e scaricabili da parte degli istituti culturali, suggerendo una riflessione sulle tematiche del riuso dei dati, su cosa è necessario conservare per le generazioni future, sulle modalità della conservazione nell’ottica anche del miglioramento dei contenuti.

A moderare l’incontro Roberto delle Donne, docente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, medievista da sempre impegnato sul tema dell’open access, che ha introdotto il focus dei lavori – la necessità di delineare una cornice europea sulle collezioni aperte – sviluppato dall’intervento di Pablo Uceda Gómez, funzionario di Europeana, che ha presentato la nuova guida alla pubblicazione per i fornitori di contenuti.

Europeana, lanciata nel 2008, si sta evolvendo, in linea col progresso tecnologico, da portale per l’esplorazione del patrimonio culturale europeo a piattaforma di servizi per chi è mosso dall’ispirazione, dalla creatività o dall’imprenditorialità. Per questo i partner devono poter fornire sia una buona qualità di metadati sia, possibilmente, l’accesso diretto a immagini, testi, video e audio. Per la condivisione delle collezioni con Europeana sono previsti quattro livelli, tra i quali i provider possono scegliere liberamente in base alle esigenze, alle risorse, alle caratteristiche delle raccolte. Ciascun livello comporta determinati requisiti tecnici e licenze e, in cambio, l’opportunità di fruire dei diversi servizi offerti da Europea. La formula può essere riassunta così: “Più si dà, più si ottiene”. A seconda del livello, il provider può utilizzare Europeana come motore di ricerca per far conoscere le proprie collezioni e reindirizzare i visitatori al proprio sito, come vetrina per raggiungere un pubblico più ampio, come piattaforma di distribuzione per il riuso non a scopo di lucro e come piattaforma per il libero riuso, anche commerciale.

A spiegare il ruolo dell’Iccu per il patrimonio culturale digitale aperto è intervenuta Simonetta Buttò, direttore dell’Istituto, da anni al fianco di Europeana per la messa a punto di strategie mirate alla fruibilità delle collezioni, a partire dalla “direttiva Psi” (Public Sector Information) del 2013, che ha stabilito il riutilizzo libero e gratuito delle informazioni in possesso degli enti pubblici: secondo il principio “open if possible, closed if necessary”, gli istituti vengono incoraggiati a una libera condivisione che tuteli, tuttavia, i contenuti sensibili. Gruppi di ricercatori provenienti da università e luoghi della cultura lavorano a questa “cooperazione” che è alla base anche del Sistema Bibliotecario Nazionale (Sbn). Guardando all’Europa, un caso rilevante è quello del Rijksmuseum di Amsterdam che ha reso fruibile larga parte della sua collezione, fornendo, previa registrazione dell’utente, il permesso per condividere le immagini sui social, e persino dei tool per modificarle e utilizzarle a scopi commerciali: questo ha fatto crescere esponenzialmente la popolarità del museo olandese.

Attualmente l’Iccu gestisce diverse infrastrutture digitali come Sbn, Internet Culturale, Culturaitalia, MuseiD-italia, oltre alla banche dati specialistiche Edit16, Manus, 14-18 e Abi. Partecipa poi alle infrastrutture di ricerca europee come Dariah, Parthenos, Ariadne, Europeana, Indigo-Datacloud, Federazione Idem e EduGain, oltre ad aver iniziato una collaborazione con Wikimedia Italia. Tuttavia, ha concluso Buttò, c’è ancora parecchio lavoro da fare: «In Italia c’è molto più digitale di quanto pensiamo», in gran parte ancora da aprire; tra diciotto paesi europei, il nostro è al tredicesimo posto per disponibilità di risorse aperte.

Culturaitalia, in particolare, come aggregatore nazionale di contenuti, ha 3,2 milioni di record di cui 2,7 milioni inviati a Europeana, 25 mila contenuti editoriali; il portale è collegato a MuseiD-Italia con un’anagrafe di 6.250 musei, 688 collezioni e 77 mila opere, e una sezione dati aperti e Linked Open Data. Hanno recentemente aderito al portale, fornendo nuovi contenuti, la Fondazione Torino Musei con quasi 48 mila risorse provenienti da Gam - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Archivio Fotografico - Fondo Gabinio, Palazzo Madama - Museo Civico d’Arte Antica, Mao - Museo d’Arte Orientale; l’Archivio Fotografico Toscano (Aft) con oltre mille risorse provenienti dalla porzione di catalogo “La Grande Guerra nelle raccolte dell’Aft”, e la Puglia Digital Library con 2.500 risorse. Nuovi contenuti sono in lavorazione e provengono dal Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Cnr - Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’Istituto di Studi sul Mediterraneo Antico, dal Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps e dal Catalogo Generale dei Beni Culturali - Sigecweb. È previsto anche un restyling secondo le linee guida Agid - Agenzia per l’Italia Digitale, con una versione responsive per navigare i contenuti, l’aggiornamento della grafica e la riprogettazione dei viewer dei media di Culturaitalia con tecnologia HTML.

Da CulturaItalia e MuseiD-italia è nata anche un’app: CulturaItalia On The Go, frutto della collaborazione tra Iccu e Pin Scrl - Polo Universitario Città di Prato, realizzata da Prisma Srl. A lanciarla Franco Niccolucci, responsabile scientifico del Pin, che ha messo in risalto il modello virtuoso: l’applicazione si basa su dati già esistenti, a costo zero, e su uno sviluppo a basso costo, ma ha un elevato potenziale di interesse per gli utenti. In che consiste? Mostra un elenco di luoghi culturali in un raggio di venti chilometri dalla posizione dell’utente offrendo anche una serie di funzionalità di ricerca: permette di esplorare 4.171 luoghi, 590 collezioni, oltre 60 mila opere. «Un modo intelligente per collegare la cultura col turismo», ha chiosato Niccolucci.

Anche il segretario generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia, ha sottolineato la ricchezza dei prodotti digitali esistenti e la disponibilità delle risorse aperte, frutto di un grande lavoro degli istituti culturali che si sono a lungo interfacciati con istituzioni estere, avviando importanti collaborazioni. «Il patrimonio digitale è ormai equiparato al patrimonio culturale materiale e immateriale deve quindi essere considerato non più solo uno strumento ma un vero e proprio obiettivo», ha spiegato, auspicando che il 2018, anno del Patrimonio Culturale, possa dare un ulteriore impulso.

Nel panorama europeo un caso particolare, che unisce i mondi dei musei e degli archivi e quello della moda, è Europeana Fashion: nato come aggregatore di contenuti, è diventata un’associazione non profit, l’Europeana Fashion International Association, che conta oltre quaranta istituzioni di dodici paesi europei più Israele e un milione di oggetti digitali. Il suo direttore tecnico, Marco Rendina, ha messo in evidenza la compresenza di pubblico-privato: insieme ai musei, colossi come il Louvre o realtà più piccole, sono coinvolti grandi marchi, nomi come Ferragamo, Ferré, Missoni, Pucci, Rossimoda... Gli obiettivi sono l’aggregazione di contenuti, la diffusione di buone pratiche e anche l’elaborazione di modelli di business. Le attività possono avere per oggetto tanto contenuti con licenze aperte che con copyright. Tra le prime si può citare, ad esempio, la collaborazione con Wikimedia Italia, che ha portato all’inserimento di nuovi voci, anche attraverso l’organizzazione di eventi edit-a-thon, con ricadute molto positive in termini di visibilità per le istituzioni che vi hanno preso parte.

Un’altra testimonianza dal settore privato è stata portata da Pierluigi Ledda, direttore generale dell’Archivio Storico Ricordi: privato sì, ma dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica della Lombardia, che ne ha garantito il radicamento in Italia nonostante la proprietà di Casa Ricordi sia passata al gruppo tedesco Bertelsmann. L’Archivio contiene partiture, lettere, bozzetti e figurini, libretti, fotografie d’epoca e manifesti dal 1808, anno della fondazione, agli anni Novanta del Novecento. Le attività di valorizzazione sono molteplici e rivolte a target diversi, dai musicologi al pubblico generalista. La distribuzione dei dati risponde sia a obiettivi di divulgazione che di natura commerciale. Da un lato, Ricordi per valorizzare le sue collezioni, in particolare quella di lettere (33 mila), lavora a progetti finalizzati all’interoperabilità con le raccolte di corrispondenza di altri soggetti conservatori. Dall’altro, fornisce bozzetti e figurini in licenza a enti lirici per riedizioni di allestimenti storici (come la Tosca del Teatro dell’Opera di Roma) o ad aziende per altri usi: è nata così, ad esempio, una collezione di moda a tema di Dolce & Gabbana.

Una riflessione critica è stata proposta, infine, da Giovanni Bergamin della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che ha brevemente ripercorso l’ormai lungo impegno della Bncf nei progetti digitali, a partire dai primi anni Novanta, mettendo a confronto, in particolare, le esperienze di Google Books e Proquest, e ha lasciato aperte due questioni: meglio la «digitalizzazione di massa» o i «progetti artigianali»? L’obiettivo da perseguire è quello della ricercabilità o dell’«immagine fedele»?




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