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14/3/2012

Cultura per lo sviluppo, il manifesto del "Sole 24 Ore"

 Il quotidiano economico-finanziario ha lanciato una proposta in cinque punti per rimettere la conoscenza al centro dell’azione di governo. A un mese dal lancio dell’iniziativa sono oltre 2.700 le adesioni

 Con un manifesto in cinque punti «Il Sole 24 Ore» ha lanciato la proposta di una costituente della cultura, presentata in occasione del secondo Summit Arte e Cultura, svoltosi il 23 febbraio scorso a Milano, e oggetto di una campagna di adesioni online. A poco meno di un mese dal lancio dell’iniziativa hanno aderito oltre 2.700 firmatari, tra i quali 523 professionisti del settore audiovisivo.
 
«Niente cultura, niente sviluppo» è il principio di fondo, illustrato dal supplemento culturale domenicale del 19 febbraio, «dove per “cultura” deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per “sviluppo” non una nozione meramente economicistica».
 
Il secondo punto si sofferma sulla difficile situazione di contesto, sottolineando che l’investimento nei saperi è fondamentale per l’innovazione e dunque per il ritorno alla crescita, come avvenne nel secondo dopoguerra. È necessario ragionare in una prospettiva a medio-lungo termine e rimettere la cultura al centro dell’azione del governo, dopo anni di marginalità (diversamente da quanto accaduto in altri paesi).
 
Di qui deriva la necessità di una cooperazione tra ministeri dei Beni Culturali, dello Sviluppo Economico, del Lavoro, dell’Istruzione e degli Esteri, non solo per razionalizzare le risorse, ma perché si assumano responsabilità condivise.
 
Il quarto argomento riguarda il superamento della dicotomia tra cultura umanistica e cultura scientifica. Ciò che si propone è di «radicare a tutti i livelli educativi, dalle elementari all’università, lo studio dell’arte e della storia per rendere i giovani i custodi del nostro patrimonio», sottolineando che per studio dell’arte deve intendersi anche «l’acquisizione di pratiche creative» e che, al tempo stesso, deve essere rafforzata la cultura scientifica.
 
Infine, ma non ultima, la «cultura del merito», che deve essere trasversale a tutte le fasi educative e applicarsi alla valutazione dei ricercatori e dei progetti di ricerca, finalizzata anche a una maggiore internazionalizzazione delle università. Occorre, inoltre, creare le condizioni per la  «complementarietà tra investimento pubblico e intervento dei privati», prevedendo anche un sistema di sgravi fiscali.  
 
Tornando, l’11 marzo, sul “Manifesto per la costituente della cultura”, Armando Massirenti, responsabile del «Sole 24 Ore Domenica», ha nuovamente esortato il governo a un’azione urgente per superare il «gravissimo ritardo nel quadro internazionale e nell’ambito di una società globalizzata cosiddetta della “conoscenza”». Massirenti ha ricordato il triste primato italiano nella classifica dell’analfabetismo funzionale di Wikipedia: il 47 per cento della popolazione in età compresa tra i 14 e i 65 anni ha difficoltà nella comprensione di un testo. Benché la graduatoria risalga al 2003, altre ricerche più recenti, compresi i test internazionali Pisa sugli adolescenti prossimi alla conclusione dell’obbligo scolastico, confermano il deficit: l’allarme è stato lanciato più volte dal linguista Tullio De Mauro e ultimamente anche dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Siamo, dunque, degli «analfabeti seduti su un tesoro» ed è necessario ripartire dalla base della cultura: l’istruzione. 
 
D’altra parte, in tutto il mondo, l’Italia, nonostante i suoi problemi, continua a godere di una «strepitosa immagine positiva» e ciò avviene per un solo motivo: «Noi siamo il Paese della Cultura». Arte, bellezza, storia e lingua sono le principali variabili del marchio Italia, le stesse che rendono attraenti i prodotti del “Made in Italy”.
 
Eppure la realtà di una cultura che fattura fatica ad affermarsi. Il quotidiano della Confindustria riporta, nello stesso speciale dell’11 marzo, una serie di esempi virtuosi (tra festival musicali, saloni dei beni culturali, fiere, reti museali e progetti d’arte), accanto ai quali, però, vengono ricordate alcune cifre impietose: il fatturato complessivo dei musei italiani nel 2010 è stato di 46,2 milioni di euro, di poco superiore a quello del solo Moma di New York (40 milioni); l’Italia è il paese europeo con la percentuale più bassa di aziende culturali (4,4 per cento del totale); il bilancio del Mibac è sceso dal 2001 al 2011 da 2,5 a 1,5 miliardi; la spesa per l’istruzione nel 2008 è stata del 4,8 per cento del prodotto interno lordo, l’1,3 per cento al di sotto della media Ocse. 
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