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17/11/2014

INTERVISTA

Franco Niccolucci: “Ariadne, un super Google dell’archeologia, ma più intelligente”

Il coordinatore scientifico illustra il progetto europeo per mettere in rete gli archivi archeologici: non solo un motore di ricerca, ma un ambiente virtuale per i ricercatori, per condividere le informazioni e creare nuova conoscenza   


di Georgia Garritano

Franco Niccolucci
Franco Niccolucci

Secondo il mito greco, Arianna, figlio del re di Creta Minosse, donò a Teseo, di cui si era innamorata, un gomitolo di lana che gli permise di uscire dal labirinto del mostruoso Minotauro. Dalla donna del proverbiale filo prende il nome il progetto europeo Ariadne - Advanced Research Infrastructure for Archaeological Dataset Networking, ovvero Infrastruttura Avanzata di Ricerca per la messa in rete degli Archivi Digitali Archeologici in Europa. Ariadne, infatti, «porta l’archeologia fuori dal labirinto», come spiega Franco Niccolucci, coordinatore scientifico del progetto e responsabile del laboratorio Vast-Lab del Pin - Polo Universitario “Città di Prato”, struttura di ricerca e sviluppo impegnata nella definizione e nell’applicazione di nuove tecnologie per il settore dei beni culturali.

Che cos’è Ariadne e quali sono i suoi obiettivi?

«Ariadne nasce per rendere interoperabili gli archivi archeologici, ovvero offrire ai ricercatori l’accesso con la stessa modalità. Attualmente, ad esempio, per studiare le province romane, ci sono archivi di interesse in Italia, Francia e Spagna, con tre sistemi di catalogazione diversi. La durata è quadriennale. I fondi – otto milioni di euro per i 23 partner di 19 paesi – sono stati stanziati dalla Commissione europea nell’ambito del progetto “Infrastrutture di ricerca”. L’obiettivo è creare un ambiente virtuale di ricerca, per confrontare le informazioni e creare nuova conoscenza. Il primo passo, entro la fine di quest’anno, è la scoperta delle risorse: creeremo un portale in cui un ricercatore possa impostare una ricerca – ad esempio sulle anfore romane – e scoprire quali risorse ci sono sull’argomento. A lungo termine, invece, si potrà sapere non solo quali archivi sono disponibili ma anche quali schede. Ariadne è una sorta di catalogo dei cataloghi, un super Google dell’archeologia ma più intelligente perché Google lavora sui documenti, non sui database, cioè sulle informazioni archiviate in maniera strutturata. Ad esempio, cercando “Promessi sposi”, non trovo il libro catalogato dalla Biblioteca Nazionale di Roma perché quell’informazione è contenuta in un database».  

Che cosa è stato fatto e quali saranno i prossimi sviluppi?

«Siamo a 4,6 milioni di record europei, 400 mila italiani (l’Italia col Sigec - Sistema Informativo Generale del Catalogo è all’avanguardia). Mi aspetto di arrivare a sei milioni di schede nel 2017. Ci sono circa 200 mila rapporti di scavo (di emergenza e non) non accessibili, che vogliamo mettere online. Il modello è il Sitar - Sistema Informativo Territoriale Archeologico di Roma, l’archivio della Soprintendenza archeologica di Roma. Dopo il 2017 puntiamo a completare il lavoro e a estendere il progetto a tutta Europa».

Qual è il ruolo dell’Italia e quali sono gli attori italiani?

«Siamo i più bravi. Tutti i più importanti progetti digitali europei sui beni culturali sono a guida italiana: Charisma (Cultural Heritage Advanced Research Infrastructures, Synergy for a Multidisciplinary Approach to Conservation/Restoration), guidato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche; Jpi (Joint Programming Initiative on Cultural Heritage), guidato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; Dch-Rp (Digital Cultural Heritage Roadmap for Preservation), guidato dall’Istituto Centrale per il Catalogo Unico. Per quanto riguarda Ariadne, l’Italia esprime tre partner, più di tutti gli altri paesi: Pin - Polo Universitario “Città di Prato”, Cnr e Mibact, con 2,6 milioni di euro complessivamente».

Quanti sono i ricercatori coinvolti e qual è il bacino di utenza?

«Sono direttamente impegnati (e pagati dai fondi europei) circa un centinaio di ricercatori in Europa, una ventina in Italia, tra archeologi, informatici, esperti di beni culturali. È coinvolta una comunità di circa 1.500 ricercatori. I possibili utenti sono circa 50 mila, stimabili sulla base della percentuale di archeologi, che è di circa lo 0,2 per cento in tutti i paesi».

Oltre che sulla ricerca, Ariadne avrà un impatto anche sulla tutela e la valorizzazione?

«Lavoriamo non solo per i ricercatori puri ma per tutti gli operatori professionali, ad esempio per chi si occupa di musei. L’impatto sociale fondamentale è la creazione della comunità virtuale, che automaticamente diventa veicolo di innovazione. Ciò ha anche un valore economico, difficile per ora da quantificare. Significa svecchiare, sprovincializzare, cambiare la comunicazione, raccontare in modo diverso i beni culturali, contribuendo anche a distribuire l’attenzione, ora concentrata su pochi beni celebri, e al superamento di una concezione museale ancora ottocentesca. Tra i progetti derivati pensiamo proprio a uno sull’economia della cultura».  




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