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30/3/2012

 RESTAURANDO

Nel Battistero di Firenze tornano l’altare e la croce

 È giunto al termine, dopo sei anni, l’intervento di restauro della mensa sacra in argento, composta da 1.500 pezzi e realizzata nel corso di un secolo da alcuni dei più insigni artisti del Tre-Quattrocento 

Altare d'argento dopo il restauro, foto Nicolò Orsi Battaglini, Museo Opera del Duomo, Firenze
Altare d'argento dopo il restauro, foto Nicolò Orsi Battaglini, Museo Opera del Duomo, Firenze

 Si è concluso il restauro dell’Altare e della Croce in argento del Tesoro del Battistero di San Giovanni a Firenze. L’altare, realizzato nell’arco di oltre 100 anni, con 200 chilogrammi di argento e 1.050 placchette smaltate, è opera degli artisti più insigni del Tre-Quattrocento come Bernardo Cennini, Michelozzo, Antonio del Pollaiolo e Andrea del Verrocchio. Sarà di nuovo visibile dal 1° aprile assieme alla grande Croce che un tempo lo sovrastava. L’inaugurazione avrà luogo sabato 31 marzo alla presenza del cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo metropolita di Firenze, del presidente dell’Opera di Santa  Maria del Fiore, Franco Lucchesi, del soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, Marco Ciatti, e del direttore del Museo dell’Opera, Timothy Verdon. È stato pubblicato per l’occasione il volume La Croce e l’altare d’argento del tesoro di San Giovanni, Franco Cosimo Panini editore.
 
Circa 1.500 pezzi compongono l’altare d’argento del Tesoro del Battistero di San Giovanni; il restauro è durato circa sei anni, diretto dall’Opificio delle Pietre Dure su incarico dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Sull’altare un tempo era depositata la grande croce d’argento, di nuovo in mostra assieme all’opera, realizzata tra il 1457 e il 1459 da Antonio del Pollaiolo e collaboratori. La suppellettile sacra fungeva da reliquiario, in cui era custodito un frammento della croce di Cristo, donato secondo la leggenda da Carlo Magno. Entrambe le opere, parte del Tesoro del Battistero fiorentino, venivano mostrate ai fedeli esclusivamente due volte l’anno, in occasione della festa del Perdono e di San Giovanni Battista.
 
Commissionato nel 1366 dall’Arte di Calimala come dossale per l’altare maggiore del Battistero, la mensa in argento fu terminata dopo un secolo, precisamente nel 1483. Per la sua realizzazione sono stati incaricati i maestri orafi e scultori di più generazioni come Leonardo di ser Giovanni e Betto di Geri a Cristofano di Paolo, Tommaso Ghiberti e Matteo di Giovanni, Bernardo Cennini, Antonio di Salvi, Michelozzo, Antonio del Pollaiolo e Andrea del Verrocchio, che ha realizzato l’ultima (in ordine di tempo) delle dodici formelle che lo ornano, precisamente quella che rappresenta la Decollazione del Battista, che per la costruzione prospettica, l’architettura classicheggiante e le drammatiche reazioni emotive fa ipotizzare un intervento di Leonardo da Vinci, suo allievo. Per queste sue caratteristiche Timothy Verdon, direttore del Museo dell’Opera afferma che l’opera è in assoluto «una sintesi delle principali tendenze dell’oreficeria e della scultura fiorentina dall’età gotica al pieno Rinascimento, tanto da essere considerato uno dei massimi capolavori».
 
Ad Antonio del Pollaiolo fu affidata, sempre dall’Arte di Calimala, la commissione della grande croce, realizzata con ben 50 chili d’argento, alta un metro e 93 centimetri. Fra i suoi collaboratori si ipotizza anche la presenza di Benvenuto Cellini. Della croce restano ancora i pagamenti per l’esecuzione dell’opera; nel 1459 fu pagata la cifra iperbolica di 3.036 fiorini d'oro, di cui 2.006 andarono al Pollaiolo e 1.030 all’orafo Betto di Francesco Betti. Decorano la struttura in argento smalti traslucidi oggi purtroppo persi in gran parte. L’opera fu realizzata affinché il culto per il frammento della Croce di Cristo, di detenzione della suddetta corporazione, non fosse rilegato in secondo piano per importanza a causa dell’arrivo di un'altra reliquia di proprietà dell’Arte della Lana, eterna concorrente di Calimala.
 
Grazie all’intervento di restauro è stata restituita lucentezza e leggibilità ad entrambe le opere, alterate da vari fenomeni di degrado, dovuti all’ossidazione dell’argento che, nel caso dell’altare, ha danneggiato gravemente e irrevocabilmente gli smalti. Iniziato nel 2006 e diretto da Clarice Innocenti del laboratorio di restauro delle Oreficerie dell’Opificio delle Pietre Dure, in collaborazione con il settore Scultura lignea e il Laboratorio scientifico, il restauro è stato eseguito da un’equipe composta da ex allievi dell’Opificio.
 
Poiché l’ossidazione provocava i distacchi delle componenti decorative, l’altare è stato smontato in oltre 1.500 pezzi, sottoposti a pulitura e consolidamento, un passaggio diversificato e calibrato in funzione delle esigenze conservative, delle varie parti e dei diversi materiali. Parallelamente ha avuto luogo il restauro di tutta la struttura lignea e delle maestose cornici di legno dorato, che ha riportato alla luce il finissimo lavoro di intaglio.
 
Una rimozione dei sali verdi di rame e della vernice protettiva ormai alterata è stata effettuata per il restauro della Croce; l’opera risultava fortemente alterata anche nell’aspetto, poiché col precedente restauro non era stata smontata e ciò ha impedito l’ottimale pulitura delle parti. Oltre alle sostanze dannose sono state rilevate cospicue quantità di colla, sostituiti gli ancoraggi in ferro con nuovi in argento e posti spessori ed elementi di rinforzo strutturale.




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