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7/12/2006

Il "Satiro danzante", storia di un eccezionale recupero

La statua bronzea del IV secolo a.C., pescata nelle acque di Mazara del Vallo e sottoposta a un lungo restauro conservativo, può essere ora ammirata in un museo appositamente realizzato nel comune del trapanese

Tutto cominciò quando l’equipaggio di un motopeschereccio mazarese pescò una gamba di bronzo, nella primavera del 1997. Un anno più tardi, per intervento della Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Trapani, e grazie all’impiego del sonar a scansione, venne recuperato anche il busto privo degli arti superiori e inferiori. La statua, identificata come il Satiro danzante, è ora conservata in un museo appositamente realizzato nella chiesa di Sant’Egidio di Mazara del Vallo , insieme ad altri reperti riportati in superficie dalle acque antistanti la città. Il sito del Comune ricostruisce la storia del clamoroso ritrovamento, seguito da un complesso intervento di risanamento e preservazione, di cui l’Istituto centrale per il restauro pubblica un’ampia documentazione. 



La fama del Satiro, in effetti, è dovuta sia all’acceso dibattito tra gli storici dell’arte antica sulla provenienza, l’attribuzione e la destinazione, sia all’eccezionale restauro al quale il reperto è stato sottoposto. Dopo il ritrovamento, infatti, la statua fu affidata dalle autorità siciliane all’ Istituto centrale per il restauro di Roma, che ha dedicato quattro anni di intenso lavoro a riportare l’opera allo splendore del passato.



Le annotazioni tecniche fornite dalle indagini hanno confermato le annotazioni stilistiche sull’opera, rendendo praticabile l’ipotesi di un suo inquadramento nel IV secolo a.C. inoltrato, epoca tardo-classica. Si suppone che la statua del Satiro facesse parte del carico di una nave naufragata tra Pantelleria e Capo Bon tra il III e il II secolo a.C.; in quei secoli, l’isola godeva di una floridezza economica dovuta alla sua posizione geografica e i benestanti che la abitavano amavano abbellire le proprie dimore con opere di rilievo artistico.



Ai restauratori dell’istituto è stato affidato un compito molto delicato: restituire alla statua la sua funzione di “monumento”, rispettandone e tramandandone la storia, attraverso il mantenimento dei segni del tempo e il contesto di giacitura. Gli esperti dell’Icr, per far fronte a questa sfida, si sono avvalsi dell’esperienza maturata nel corso degli ultimi decenni su importanti opere di bronzistica antica, come l’Efebo di Selinunte, i Bronzi di Riace o la statua equestre di Marco Aurelio. Il restauro è stato caratterizzato, quindi, da un intervento conservativo, in cui la moderazione e la prudenza nell’utilizzo dei prodotti chimici sono state scelte come linee guida per non alterare pesantemente le superfici intensamente mineralizzate del reperto.



Quattro anni di indagini e di lavori hanno consentito di restituire evidenza plastica a una “rovina” testimone di un passato perduto, ma in parte recuperabile grazie alle analisi effettuate durante i trattamenti di inibizione della corrosione e di consolidamento della superficie della statua. Diversamente dai restauri effettuati nel passato, non è stata scelta per il Satiro un’operazione di pulitura in profondità, ma di conservazione del bronzo attraverso il monitoraggio della superficie con i mezzi odierni. L’analisi degli organismi presenti sull’opera e lo studio dell’ambiente marino da cui è stata recuperata sono stati considerati elementi fondamentali per la ricostruzione delle sue vicissitudini.



Per facilitare l’intervento dei restauratori ed evitare danneggiamenti è stato ideato un particolare dispositivo di sostegno, costituito da una struttura metallica dalla forma cilindrica in cui è stata inserita la statua. Dopo una campagna di documentazione fotografica è stata effettuata una serie di analisi elettrochimiche sulle incrostazioni, le patine e lo stato corrosivo. Le analisi dell’ambiente con cui il Satiro è stato in contatto fino al giorno del ritrovamento sono state utili sia per la ricostruzione storico-artistica che per la progettazione dello spazio in cui conservare l’opera: grazie ai dati raccolti, infatti, è stato possibile definire i parametri termoigrometrici ottimali per la conservazione.



La superficie del manufatto era molto disomogenea; per questo si è optato per un tipo di restauro non invasivo ma conservativo, evitando drastiche puliture e monitorando lo stato di conservazione. Si è scelto di ponderare di volta in volta l’utilizzo dei prodotti chimici per l’eliminazione degli elementi corrosivi e di non rimuovere le “pustole” superficiali, al fine di evitare l’esposizione dei prodotti di corrosione sottostanti e il rinvigorimento dei processi di degrado. Questo taglio conservativo è uno degli elementi innovativi di questo restauro rispetto alle puliture in profondità effettuate in passato sulle statue in bronzo.
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