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29/1/2007

Il mistero dell'Uomo Cervo di Castelnuovo al Volturno

La pantomima che si svolge a Carnevale nel paese molisano ha radici antichissime. Questo rito ha sia un significato apotropaico, l’allontanamento di un simbolo del “Male”, sia di propiziazione agreste, nel passaggio dall’inverno alla primavera

Ogni anno, l’ultima domenica di Carnevale, si svolge a Castelnuovo al Volturno, in provincia di Isernia, la pantomima dell’ Uomo Cervo, gl’ Cierv, come dicono i castelnovesi. A questo rito, che vede la partecipazione di donne e uomini mascherati, si affiancano quelli dell’Animale Feroce di Scapoli, dell’Orso di Forlì del Sannio, del Re Caprone di Cerro al Volturno e del Diavolo di Tufara, tutte località del Molise.
Queste manifestazioni, caratterizzate dal mascheramento dell’uomo in animale, fanno capo a un’area culturale in cui la mitologia, il rituale e la religione si intrecciano. Il travestimento dell’uomo in bestia è rintracciabile non solo nell’ambito dell’antropologia europea, ma anche di quella americana, asiatica, africana, oceanica e, in generale, nelle comunità che conservano i sistemi sociali primitivi. Esistono, infatti, un immaginario e un inconscio collettivi che hanno creato e che conservano figure fantastiche, le quali sono tramandate dalla cultura scritta e orale, da quella artistica e folcloristica. Celebri gli esempi classici dell’ Odissea, in cui la maga Circe trasforma i compagni dell’eroe in porci, delle Metamorfosi di Ovidio, dove numerose sono, appunto, le “trasformazioni”, e dell’ Asino d’oro di Apuleio, in cui Lucio, il protagonista del romanzo, prende le sembianze di un asino. L’animale può sì alludere a una forma di vita inferiore o alla parte bestiale contrapposta a quella intellettiva dell’uomo, tuttavia anche a una potenza superiore rispetto a quella umana e perciò desiderata, ambita. In alcune manifestazioni cultuali, quindi, l’uomo prende le sembianze dell’animale attraverso il mascheramento: indossa parti della fiera abbattuta, giungendo a identificarsi con la bestia.
 
La prima testimonianza nota di uomo zoomorfo è rintracciabile in un graffito pirenaico, risalente a 15 mila anni fa, che rappresenta un personaggio con due imponenti corna di cervo in testa. Il travestimento dell’uomo in forma di cervo è poi documentato, nel IV secolo d. C., da Sant’Ambrogio, che lo associa all’inizio dell’anno seguendo la tradizione popolare, e da Paciano, vescovo di Barcellona, che nel perduto trattato intitolato Cervulus inquisisce i rituali di ascendenza pagana che si svolgevano nella sua diocesi alle calende di gennaio per festeggiare l’anno nuovo. Nel corso del Medioevo, poi, vari sono i riferimenti al cervulus e alla cervula come travestimenti utilizzati nei rituali di derivazione pagana. Il mascheramento in forma di cervo è rintracciabile, oggi, nella Horn Dance di Abbots Bromley nello Strattfordshire in Inghilterra, nelle maschere del nuovo anno in Romania, oltre che nell’Uomo Cervo di Castelnuovo al Volturno.
 
Alla pantomima di Castelnuovo, accompagnata dal suono di sonagli, zampogne e tamburi percossi da Lupi Mannai, partecipano numerose Janare – da “Jana”, deformazione di Diana –, le streghe secondo la tradizione locale, le quali non sono dissimili, nell’aspetto e negli atteggiamenti, dalle elleniche Graie, dalle Erinni, dalle Moire, dalle Kere, dalle Gorgoni. Le Janare hanno orribili volti, pelle scura, lunghi capelli neri e bianchi, corrono stridendo all’inverosimile e danzano intorno a un enorme fuoco. A queste s’accompagna il Maone, corrispettivo maschile della strega dal terribile aspetto. Martino, figura benefica vestita di bianco, con copricapo in forma di cono, cerca di sollevare la popolazione del paese dalle due bestie scese dalla montagna, il Cervo e la Cerva, la cui furia distruttrice è placata solo dal Cacciatore, un essere “divino” e misterioso che dà la morte e, poi, restituisce la vita ai due animali. Nella fase di mezzo della pantomima, la lotta rituale, Martino percuote ripetutamente i due Cervi con il suo bastone, catturandoli, infine, con il laccio pastorale. Il Cervo ha due imponenti corna sul capo, il volto nero, i campanacci al collo, la pelliccia scura e, assieme alla sua simile compagna, rappresenta il pericolo, la morte, lo sconvolgimento dell’ordine, l’irrazionale, il diverso, il male, dal quale il paese deve evidentemente proteggersi, augurandosi prosperità e abbondanza nei raccolti, cui si allude mediante l’azione del fuoco e lo spargimento del grano durante il rito. Questo, che ha certamente un significato apotropaico nell’allontanamento del Cervo come “Male”, contiene alcuni elementi – quali la morte e la nuova vita dei due Cervi, ovvero la fine e l’inizio, il fuoco, purificatore ma anche rinnovatore, e il grano – che lo definiscono come culto di propiziazione agreste e di passaggio delle stagioni, chiudendosi l’inverno e aprendosi la primavera.
 
Si è tentato di interpretare il complesso rito dell’Uomo Cervo di Castelnuovo al Volturno mettendo in relazione la mascherata con il culto di Dioniso, di Fauno, di Kernunnos, con rituali africani, asiatici, americani; con diverse teorie antropologiche, i riti di passaggio, il buon selvaggio, l’animismo; con lo sciamanesimo, il totemismo, la religiosità dei clan. Si è paragonato il Cervo al dominatore della fauna, al “capro espiatorio”, al Demonio, allo spirito della montagna, all’uomo selvatico, a protagonisti di antiche tradizioni greche, romane, celtiche, sannite; tuttavia, è il mistero che avvolge ancor oggi il rito dell’Uomo Cervo a farne immagine spaventosa e attraente.



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