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20/12/2007

Antonio Mancini, il sorriso della follia

Uno dei pittori più significativi dell’Ottocento italiano, moderno e popolare, ebbe una vita tormentata e segnata da disturbi mentali. A Napoli e Parigi i momenti più importanti del suo percorso artistico

Al Philadelphia Museum of Art è in corso una mostra dedicata a uno degli artisti più significativi dell’Ottocento, Antonio Mancini. Autore intimamente moderno e al tempo stesso portavoce dell’anima popolare di un’Italia antica e sofferente, Mancini non raggiunse la fama del suo maestro Domenico Morelli e viene oggi rivalutato solo in parte, in particolare nell’ambito degli artisti di scuola napoletana.



Nato nel 1852 da una famiglia di umili origini ad Albano Laziale, ha la sua formazione artistica a Napoli, dove si reca nel 1865, si iscrive all’Istituto di Belle Arti e lavora presso la bottega dello scultore Stanislao Lista. Nello studio di Mancini allestito nella casa di via San Gregorio Armeno, luogo da lui considerato «orribile», nascono numerose opere a soggetto veristico di venditori ambulanti, saltimbanchi e soprattutto, scugnizzi vestiti di stracci, che altro non sono che l’autoritratto dell’autore.



Una delle prime opere eseguite in questi anni, databile al 1867, è il Ritratto di Bambina , che già rivela un forte impatto psicologico e una padronanza cromatica che risente dello studio del Seicento napoletano, in particolare del Caravaggio. Stessa empatia si ritrova nel tema dei bambini intenti a studiare sui libri, come si osserva ne Lo Studio , che rispecchia la natura alquanto ribelle dell’autore dal punto di vista scolastico, testimoniata anche nella corrispondenza con l’amico Vincenzo Gemito, spesso difficile da interpretare. Ancora, al 1870 risalgono le opere a soggetto popolare Carminella e il Il Prevetariello .



Dopo il debutto presso la Società Promotrice di Belle Arti nel 1871, Mancini seguirà l’onda di molti suoi coetanei, trasferendosi a Parigi, dove stringe i rapporti col famoso mercante d’arte Adolphe Goupil e, soprattutto, entra in contatto con uno dei suoi più importanti mecenati, il banchiere olandese Hendrik Willem Mesdag (1831-1915). In seguito a questo incontro, produrrà per il collezionista molte opere, alcune delle quali tuttora visibili presso il Rijksmuseum dell’Aja. Malgrado la stima suscitata in Mesdag, Mancini non sopravvive indenne all’esperienza parigina, dove sembra schiacciato da ombre pesanti, allucinazioni e crisi di angoscia, soprattutto dopo il ritorno a Napoli del modello Luigi Gianchetti (Luigiello), che aveva posato per tante sue opere nelle vesti di scugnizzo o saltimbanco. Mancini non resta a lungo lontano dalla patria, anche se torna nella capitale francese a più riprese: verrà premiato all’Esposizione di Parigi nel 1900 con Ritratto della Signora Pantaleoni .



Il rientro in Italia è, però, segnato dal periodo trascorso nel manicomio Provinciale di Napoli, dall’ottobre 1881 al febbraio 1882. Ancora una volta, dalla sofferenza dell’artista prendono vita le sue opere più intense, i cosiddetti“ritratti della follia”. Curato con il metodo dell’ergoterapia, l’artista è portato a lavorare instancabilmente, trovando pace solo nella produzione ininterrotta: un diario del dolore che prende forma in una serie ritratti rispondenti a una tipologia ricorrente, con l’artista a mezzo busto, in posizione frontale, che guarda lo spettatore, spesso con il  sorriso sprezzante o con gli occhi rossi infiammati che gridano la pazzia.



Eppure la critica non disprezza quest’artista tormentato, che si distingue persino a Londra eseguendo ritratti dell’aristocrazia, nei viaggi effettuati tra il 1901 e nel 1907. Mancini predilige una tecnica personale, utilizzando una maglia quadrettata di fili di spago, che gli permette di scomporre e analizzare a suo piacere il modello. E non solo, le sue tele grondano di materia e prendono consistenza tattile attraverso le pennellate pesanti che si mischiano ai vetri e nastri che l’artista immette sul quadro. Si può dire che a tale proposito fu quasi rivoluzionario, eppure si considerava un indifeso e una vittima della società. Così, nel ritratto appartenente alla collezione Gualtieri, lascia quest’iscrizione: «A. Mancini di Roma all’Ecc.mo Sig. Avvocato Giovanni Abignente, che non a‘ niente da difendermi, solamente a rammentarsi che son giovane molto povero, poverissimo e sino a 30 anni coll’ideale che a 40 sarò peggio situato e a 50 chiederò l’elemosina, e per essere un grand’uomo morirò all’ospedale. Storia eterna di come ci sanno fare gli imbecilli. Napoli, l’ultimo di giugno 1882».
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