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19/8/2008

Tra mito e religione: i carri di paglia

Le feste agresti nel Mezzogiorno d’Italia rievocano antichissime tradizioni *

La leggenda del grano

Il grano è una pianta coltivata dalla più remota antichità per l’alimentazione dell’uomo. L’origine di questa graminacea fonda le proprie radici più nella leggenda che nella storia. C’è chi ritiene le sue origini egiziane e chi lo crede nato nell’Asia occidentale, sulle rive dell’Eufrate, dove è stato rinvenuto allo stato selvatico. Le circa 1.700 varietà esistenti rendono possibile la sua crescita in terreni e stagioni diverse. È come dire che ogni uomo e ogni terra del mondo ha diritto al suo grano.

Nelle ritualità agresti il grano è un elemento centrale d’interesse. Su di esso convergono tutte le cerimonie atte a propiziarsi la fecondità della terra.

Il riflesso mitico del decadere e del risorgere della vegetazione, oltre che nel culto di Dioniso, si trova, con esplicito riferimento al grano, nel mito greco di Demetra e Persefone, nell’interpretazione poetica di Omero. La dea delle messi, Demetra, aveva una figlia di nome Persefone, avuta dal dio Zeus. Un giorno, mentre la giovinetta «stava raccogliendo rose e gigli in un fresco prato, la terra si spalancò e Plutone, re dei morti, uscendo fuori dall’abisso, la rapì sul carro d’oro per farla sua sposa e regina del tenebroso mondo sotterraneo». La madre, «in un manto nero di lutto», la cercò invano «per terra e per mare». Sconvolta dal dolore e dall’ira, Demetra dispose che i semi di grano non germogliassero più sulla terra, minacciando l’Olimpo di non far crescere mai più frumento. Zeus, allora, per calmare il suo dolore le fece restituire Persefone, col patto però, che per due terzi dell’anno restasse con la madre e per l’altro terzo con lo sposo Plutone negli oscuri meandri dell’Averno. E così, secondo la tradizione mitologica, grazie a questo compromesso fu restituita all’uomo la possibilità di coltivare il grano almeno una volta l’anno.

La coltivazione del frumento, poco meno di un secolo fa, era scandita da tempi e abitudini lunghe e laboriose. Le procedure arcaiche per arrivare al chicco di grano spesso erano anche ostacolate da terre malariche, infeconde, arse, rendendo ulteriormente gravoso e pesante il lavoro del contadino.

In Campania si concentrano, nei mesi dell’Estate, varie ricorrenze che festeggiano le abbondanti messi e celebrano la terra per propiziarsi i futuri raccolti. Una delle forme più elementari di devozione e di ringraziamento è rappresentata dall’offerta di grano come misura massima di riconoscenza.

A Carife, in provincia di Avellino, esiste una tradizione vecchia di 400 anni che vede protagonisti i paesani nella cerimonia di sottomissione a San Rocco, loro santo protettore. I carifani per ringraziare il Santo, che tenne lontano il colera, gli portano fasci di grano nella misura singola del mezzetto, cioè di circa 25 chilogrammi. In questo caso l’antica misura rappresenta anche un valore etico-religioso; è il peso della fatica che in segno d’amore viene offerto a San Rocco. Inoltre il mezzetto è il simbolo dell’arcaica offerta sacrificale che si dedicava alle divinità pagane per entrare nelle loro grazie e sperare in una vita meno dura.

Anche a Frigento in provincia di Avellino esiste una analoga tradizione. Pure qui i mezzetti di grano vengono offerti a San Rocco. Le uniche varianti sono rappresentate dalle strade che sono ornate dai lampai, sorta di sculture effimere esposte alla finestra, e dai mezzetti decorati da nastri.



La storia dei carri di paglia

La peste del 1656 aveva causato circa cinquecento morti a Fontanarosa. La forte paura che simili fenomeni potessero ripetersi indusse gli abitanti scampati ad aumentare le preghiere ed i riti  propiziatori, i voti ai Santi protettori. Nello stesso periodo in più parti del Mezzogiorno per questo duplice obiettivo (produrre di più e star bene in salute) si avviarono lavori «di macchine da festa» in onore dei Santi (patroni-protettori).

A Palermo il Carro di Santa Rosalia, i Ceri di Gubbio, i Gigli di Nola, la Macchina di Viterbo di Santa Rosa sono le testimonianze di come il mondo della terra difendeva il proprio lavoro, la produzione del grano e di come venerava i propri protettori. Non può essere stata dissimile la storia nostra, un rito per tener lontana la peste dal paese della Pietra. Probabilmente verso la fine del Seicento i primi rudimentali carri potevano essere quelli «usati per traino e trasporti di attrezzi» con pochi covoni di grano.

Nella prima metà del Settecento, con la tradizione ormai consolidata di festeggiare il 14 di agosto, la vigilia dell’Assunta, il rito del grano con la «macchina da festa» andò via via arricchendosi fino al punto che si rese necessaria la prima trasformazione del mezzo di trasporto. Fu così abbastanza facile cominciare a disegnare e sagomare macchine che per esempio, negli ambienti napoletani più ricchi ed avanzati, avevano già conosciuto ad opera degli artisti del Regno una significativa evoluzione. Nella Napoli del Regno era consuetudine allestire feste colossali, per celebrare le ricorrenze della famiglia reale o riti religiosi. Tali feste erano affidate ad apparatori e decoratori che, diretti da tecnici progettisti, costruivano non solo i luoghi della «festa», ma anche «i simboli».

Sarà capitato a tanti, di coloro che conoscono bene la tradizione dei carri di Fontanarosa o di Mirabella, di trovarsi a passare, giovani studenti universitari, a piazza del Gesù a Napoli, e di scoprire qualcosa di familiare nella guglia dell’Immacolata. Perché questa somiglianza? Perché alcuni degli apparatori e maestri artigiani della corte napoletana, provenienti anche dalle aree interne, come ifratelli Generoso e Stanislao Martino trasferitisi poi da Napoli a Fontanarosa costruirono con il legno e la paglia i carri a somiglianza della moda napoletana del tempo.

Queste macchine da festa, man mano che gli anni passavano subivano ritocchi, modifiche, aggiustamenti fino ad assumere le forme di cui conosciamo testimonianza certa come il carro di fine Ottocento, quello di inizio secolo, quello degli anni Quaranta, Settanta, fino all’attuale.

A Foglianise, in provincia di Benevento, esiste un’antica festa dedicata al grano in cui si mostrano ardite costruzioni architettoniche in paglia, frutto, per lo più, di copie in scala di famose facciate di edifici sacri. Questo di Foglianise è un cerimoniale che ha radici molto antiche. In origine i contadini del luogo, durante il mese di agosto, quando la terra riposa, amavano ringraziare la Dea Cerere, divinità delle messi, con offerte di grano, danze e canti. Successivamente il rito fu assimilato dalla civiltà cristiana e dalle campagne fu trasferito in paese, dove diventò materia di liturgia cattolica. L’evoluzione formale della festa è stata lenta lungo i secoli. Dai semplici fasci di grano alla elaborazione in ghirlande di spighe, fino alla paglia intrecciata che diventa scultura, scenografia, architettura nelle pazienti mani degli artigiani.

Questa tipologia rituale è molto diffusa nelle zone interne della Campania. La forte religiosità, il tenace attaccamento alle tradizioni, l’amore per la terra hanno generato e tuttora producono cerimonie celebrative di valenza decisamente arcaica. Il carattere totemico di queste ritualità è facilmente riconoscibile nelle macchine-obelisco di Mirabella Eclano, di Fontanarosa e nel Giglio di Flumeri, cittadine tutte in provincia di Avellino.Ancora una volta è protagonista il grano, sia nelle motivazioni della festa, sia nella forma delle macchine, tutte ornate o contrappuntate da motivi e sculture di paglia intrecciata di notevole complessità e bellezza.

La macchina-obelisco di Fontanarosa è chiamata affettuosamente dai paesani «il carro». Presumibilmente, questo nome ha radici antiche, giacché in queste zone si usava portare del grano in omaggio alle divinità pagane sopra un carro trainato dai buoi. Nell’attuale complessione, infatti, sono rimasti inalterati il carro ed i buoi. Il grano, nei secoli, è invece divenuto sostanza per i sogni, e lungo l’obelisco, in alto per 30 metri, si è arrampicato verso il cielo in sterminate affascinanti forme dorate. È l’oro dei miti del sole che tende e ritorna verso il sole.

Mentre l’obelisco di Mirabella Eclano ha un’aria tipicamente barocca, quello di Fontanarosa rimanda complessivamente al gotico: a metà dell’Ottocento, infatti, quando sono stati costruiti entrambi, era in voga l’eclettismo architettonico, in base al quale si ripescavano e si mescolavano vecchi stili per nuove tecnologie. I due obelischi, quindi, rispecchiano quella indeterminatezza stilistica che fu propria del loro tempo.

La partecipazione popolare a questi rituali è massiccia e accorata. La profonda devozione che lega le popolazioni ai rispettivi carri rendono elettriche le manifestazioni: tutti con lo sguardo e con il cuore in gola trattengono il proprio obelisco quando ondeggia paurosamente, perché la caduta di uno di essi, dice la tradizione, potrebbe essere foriera di sventure. A Mirabella due volte si è verificato questo funesto evento, nel 1881 e nel 1961, ma nessuna catastrofe ne derivò in entrambi i casi.

Il Giglio di Flumeri, a differenza degli obelischi di Fontanarosa e di Mirabella, conserva ancora la severità dell’arcaico totem. I secoli non sembrano passati: forse gli interventi artistici sono stati ritenuti inutili orpelli, forse si è voluto lasciare al grano la sua vera identità per rendere più diretto il rapporto con il Santo. Anche qui a proteggere il paese è San Rocco, che con la sua potenza taumaturgica tenne lontano le malattie durante la buia notte della peste e del colera.

Il Giglio di Flumeri, inoltre, non ha le caratteristiche della macchina scenica: è un edificio rigido, non ha snodi ed è alto circa venti metri, a differenza degli obelischi che ondeggiano col proprio asse e rasentano i trenta metri. Il grande interesse del Giglio risiede nel modo in cui è disposto il grano. Probabilmente questa particolare disposizione è antica di millenni. Vi sono le tracce di un affascinante primitivismo che si è protratto nei secoli, di una tradizione trasmessa senza l’aiuto di una scuola, di un libro.

 

* Il testo e le immagini sono tratte da Il Carro di Fontanarosa, Electa Napoli

14 agosto: il trasporto del carro a Fontanarosa
14 agosto: il trasporto del carro a Fontanarosa


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