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14/3/2009

Il mistero delle immagini e i giochi di parole: l’enigma nell’arte 

Antonella Sbrilli, docente di storia dell’arte contemporanea alla Sapienza di Roma, parla dell’uso dei rebus da parte degli artisti e delle differenze di approccio tra l’antichità e il Novecento. Un filo conduttore si può rintracciare nella riflessione sulla natura del linguaggio

L’uso del rebus nell’arte si collega con tradizioni legate all’enigma, dalla Sfinge in poi: il più famoso autore di rebus è stato probabilmente Leonardo da Vinci. Rebus o pseudo-rebus, come risulta anche dai suo studi, sono presenti nelle opere di diversi artisti nel corso dei secoli. C’è una frattura fra l’uso classico degli enigmi e l’uso dei rebus nell’arte contemporanea?
 
«C'è una linea di demarcazione che si può situare tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, tra cultura simbolista e origine dell'avanguardia. Sul bordo dell'Ottocento, molti artisti si riferiscono al tema dell'enigma come mistero da evocare, insondabile, oscuro (Moreau, Khnopff, Böcklin...); mentre altri, a pochi anni di distanza, si pongono dinanzi all'enigma come sfida da affrontare attuando una strategia di indagine che mette in luce i meccanismi del linguaggio stesso: il pensiero, in questo caso, va in primo luogo a Giorgio de Chirico. Il giovane De Chirico, sin dai primissimi anni del Novecento, è attratto dall'enigma evocato da alcuni passi dello Zarathustra di Nietzsche, un enigma di stampo classico e romantico insieme; De Chirico, con grande personalità, riesce a tradurre questo riferimento in una forma visiva originale e soprattutto attuale. Passa in breve tempo dall'Enigma dell'oracolo (1910, ambientato in un tempo/tempio mitico) a L'enigma dell'ora (1911, che rappresenta una stazione) e alle numerose scene di città metafisiche in cui il senso del mistero è appunto attualizzato, trasferito dallo spazio della Sfinge a quello quotidiano, della piazza con i portici, della stazione ferroviaria (dove si attende il passare del tempo, spesso, con una rivista di enigmi...).

Un altro artista rappresentativo della svolta avvenuta al passaggio fra Otto e Novecento è Marcel Duchamp, autore anche di rebus o pseudo-rebus e di giochi di parole che svuotano goccia a goccia il significato, la bellezza, l'importanza dell'opera d'arte. I suoi ready-made sono opere fatte con le cose (ecco un richiamo alla parola rebus) e talvolta questi oggetti si presentano rovesciati, come nel caso del celebre orinatoio (e qui il richiamo è all'etimologia che fa provenire il termine rebus dal francese à rebours, alla rovescia). Un altro aspetto da non sottovalutare è il fatto che Duchamp coglie anche il mutamento dell'attività artistica, che scivola da uno stato pubblico, accademico, riconosciuto, verso la dimensione privata dell'hobby (“un gusto quasi enigmistico dell'enigma” – dice Maurizio Calvesi).

Ancora, fra le personalità più rappresentative va ricordato il belga René Magritte, che si mantiene sul filo dei due aspetti dell'enigma: il mistero inquietante delle immagini e delle atmosfere è coniugato, nel suoi dipinti, con l'irrisolvibile gioco di parole che sottendono e con una lucida riflessione sulla natura del linguaggio (si pensi a Ferdinand de Saussure). Fra la tradizione dei rebus realizzati in passato da celebri artisti e l'approccio appena descritto senz'altro c'è una distanza storico-culturale – un cambiamento di mentalità – anche se la consapevolezza dell'elemento concettuale del linguaggio visivo(e dunque della sua possibile arbitrarietà e “giocabilità”) è presente non solo nel Seicento di Velazquez, o indietro nel Manierismo, ma anche nel Medioevo e nell'antichità, come mostrano gli studi di Giovanni Pozzi o quelli di Meyer Shapiro sui molteplici rapporti fra testo e immagine».
 
Nell’arte fino all’Ottocento si definisce uno spazio specificamente destinato al rebus, in particolare nella grafica, per riviste di vario genere, su suggestioni provenienti dalla Francia. In questo periodo probabilmente si formalizza la forma grafica che oggi hanno i rebus non artistici in riviste d’enigmistica, passando in canali in gran parte separati da quelli della produzione di opere d’arte. È effettivamente così a suo parere?
 
«Mi sembra che questa considerazione sia confermata da numerosi studi specialistici. La realizzazione di vignette per rebus, dall'Ottocento in avanti, rientra nel campo della grafica e dell'illustrazione, un settore confinante e talvolta sovrapponibile a quello della storia dell'arte, ma popolato anche di una quantità di professionisti il cui nome non è rimasto celebre, al pari di quello di pittori e scultori, anche minori. La necessità di recuperare documenti su questa folla di autori di immagini-riproducibili è sollecitata anche nel campo della storia dell'arte (si pensi agli studi di Enrico Castelnuovo e Paola Pallottino)».
 
Lei ha chiarito che l’uso del rebus nell’arte è lontano da quello codificato, corredato di diagramma numerico, delle riviste specializzate, sottolineando come si basi – per quanto riguarda l’ arte italiana del Novecento – su di un’atmosfera presente a partire dalle avanguardie artistiche e dalla Metafisica in poi. In che senso si può parlare di una presenza del rebus e dell’enigma nell’a rte italiana in De Chirico e altri nella prima metà del secolo scorso?
 
«Intanto per la rappresentazione dello spazio, sia quello interno di camere e androni, trattati come fossero una sorta di scatola teatrale, sia quello esterno delle piazze di città italiane, delle facciate degli edifici, rappresentati in modo da dare una precisa percezione dell'insieme e dei dettagli. Se si pensa poi ai dipinti di De Chirico della serie dei “mobili nella valle” o ai paesaggi nelle stanze, le due tipologie di spazio si mescolano, con effetti simili a quelli presenti in molte vignette in cui si concatenano esterni e interni. Poi per il modo di rappresentare gli oggetti, che appaiono ben distinti, come vocaboli disposti in un certo ordine sulla scena. Ancora, per la natura di questi oggetti: treni, barche a vela, sagome di persone, frutti e ortaggi, reperti archeologici, guanti, chiodi, biscotti. Nel rebus la contiguità di oggetti incongrui dipende dalle sillabe che compongono il termine da identificare, nei dipinti da un lavoro di associazione che ha a che fare con la memoria, il sogno, il suono, il caso».
 
C’è una fortuna del rebus a partire dagli anni Sessanta e Settanta nell’arte Italiana del Novecento. È ragionevole cogliervi i risultati di un clima culturale che vede l’affermarsi degli studi di semiotica e contemporaneamente fenomeni letterari internazionali, come il filone francese che da Queneau giunge a Perec (si pensi anche a Calvino) o la straordinaria forza suggestiva dell’o pera di Nabokov? 
 
«Certamente, in quei decenni si diffondono a vari livelli gli studi di linguistica e semiotica, collegati a un interesse per la comunicazione, i media, la pubblicità, che spesso si carica anche di accenti politici e polemici. Si assiste alla nascita di gruppi o collettivi di artisti che si esprimono attraverso riviste verbo-visive, attraverso opere riproducibili e manipolazioni del libro e della pagina come oggetti (ancora un riferimento alle cose). Il gioco di e con le parole e con le cose – vedi Alighiero Boetti – è una dorsale fondamentale dell'arte degli anni Sessanta e Settanta, fortemente connotati da una tensione concettuale, di cui il rebus (o il d'après-rebus) rappresenta solo una parte, che artisti diversi interpretano in modi altrettanto diversi, dai prelievi di Tano Festa agli ex-rebus di Eugenio Miccini. La risonanza italiana dell'Oulipo riguarda una nicchia di artisti, come racconta il libro di Brunella Eruli, Attenzione al potenziale!...Per quanto riguarda Nabokov, non so quanto fosse diffusa, nell'Italia degli anni Sessanta e Settanta, la conoscenza del suo spessore enigmatico e anche enigmistico».
 
Puzzle, objet trouvé, significante: questa atmosfera favorevole a contaminazioni e letture di confine quanto ha contato nell’opera di un artista come Tano Festa?
 
«A questa domanda potrebbe rispondere esaurientemente Ada De Pirro, che ha studiato per la prima volta l'intera produzione delle opere ispirate ai rebus dell'artista, rintracciando fin dove possibile le vignette de “La Settimana Enigmistica” da cui traeva l'input per il dipinto e discutendo i concetti di prelievo, messa in scena, serialità, teatro coinvolti in questa originale operazione artistica».
 
Lei ha segnalato la presenza di un esplicito richiamo al rebus in artisti oggi operanti: Pierluigi Isola, Sergio Ceccotti e Massimo Livadiotti. Si può parlare di una linea comune?
 
«C'è una linea comune, legata all'affermazione di una pittura neo-metafisica, che riguarda non solo gli artisti citati; per loro inoltre ci sono espliciti riferimenti al fascino delle vignette classiche apparse su rivista, quelle che si sono affermate grazie allo stile di Maria Ghezzi (è il caso di Ceccotti); un interesse al tema dell'iconicità delle lettere e numeri (Livadiotti); un'attrazione per lo spazio architettonico del rebus e per la stabilità delle sue forme ripetute (Isola)».
 
Nel corso delle sue ricerche lei è entrata in contatto con l’ambiente degli enigmisti, che in anni recenti hanno cominciato a realizzare rebus basandosi su riproduzioni di opere d’arte: c’è una consapevolezza nella comunità enigmistica di queste contaminazioni con il campo dell’a rte?
 
«Credo proprio di sì, considerando pubblicazioni come quelle di Franco Bosio e di Ennio Peres, che dedicano spazio ai rapporti fra il rebus e l'arte sia in prospettiva storica, sia contemporanea, e gli interventi pubblicati regolarmente sulla rivista «Leonardo»dell'Ari (Associazione Rebusistica Italiana) da studiosi del tema come Federico Mussano, che segue con attenzione tutte le mostre in cui l'elemento rebussistico venga evocato in qualche modo. Franco Diotallevi, in particolare, che della rivista è l'animatore, ha collaborato con studenti di diversi atenei per tesi dedicate ai rapporti fra la storia del rebus e quella delle arti figurative, mettendo a disposizione la sua collezione, la sua esperienza e la rete di contatti con specialisti in tutta Italia. Per quanto riguarda l'uso delle riproduzioni di opere d'arte come base per la costruzione di rebus, ho notato che talvolta la scelta cade su quadri surrealisti (Magritte) o concettuali, il che ha una sua coerenza e consente di riflettere sui vincoli reciproci delle immagini e delle parole. Trovo bello l'omaggio che la già citata disegnatrice di rebus Maria Ghezzi ha reso all'inizio degli anni Ottanta al dipinto di Vittorio Corcos, Sogni (1896, Galleria nazionale d'arte moderna di Roma), in cui una giovane donna siede su una panchina, cappello e libri posati accanto, e appoggia il mento sulla mano, nella posa della malinconia e dell'enigma. Vorrei poi segnalare che la Biblioteca del Warburg Institute di Londra, la cui caratteristica è quella di accostare i libri secondo la legge del “buon vicinato”, conserva studi sul rebus accanto a studi sugli emblemi e sull'iconologia».
 
Qual è il suo personale rapporto con l’enigmistica?
 
«In certi momenti la trovo indispensabile: un modo, per la mente, di andare a spasso in luoghi che le assomigliano».
Tano Festa: Rebus, 1979. Collezione Luisa Laureati Briganti. Soluzione: Vago nesso

Tano Festa: Rebus, 1979. Collezione Luisa Laureati Briganti. Soluzione: Vago nesso



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