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20/4/2009

L’Aquila, una formazione dinamica per superare il disastro

Parla Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di Belle Arti della città. La sede, progettata da Portoghesi, ha resistito al sisma e l’istituto ha già ripreso l’attività, indicando alcune priorità per i beni culturali: il restauro, la catalogazione e un coordinamento per il decoro urbanistico

Il 14 aprile scorso, a otto giorni dal terremoto, l’Accademia delle Belle Arti dell'Aquila ha riaperto i battenti: è stata la prima istituzione culturale a riprendere le attività dopo il sisma. Alla cerimonia di riapertura hanno partecipato la presidente della Provincia dell’A quila Stefania Pezzopane, il sindaco Massimo Cialente e diverse altre personalità. Il direttore dell’A ccademia, Eugenio Carlomagno, racconta a CulturaItalia la situazione della città e delle sue istituzioni culturali.
 
Direttore, ci può dare un quadro dell'evoluzione culturale dell'Accademia dell'Aquila?
 
«Fin dalla sua istituzione negli anni Settanta hanno insegnato all'Aquila artisti e studiosi di prim'ordine: Cascella, Bonito Oliva, Scheggi, Castellani, Marotta. Fabio Mauri, nella sua qualità di docente di estetica, promosse a livello nazionale una serie di spettacoli, fra i quali memorabile quello dedicato al Futurismo, che coinvolse fra allievi e comparse oltre duecento partecipanti: un grande spettacolo che fu proposto a Venezia e Milano oltre che all'Aquila, uno degli eventi principali della vecchia struttura accademica».
 
Oggi la situazione è diversa dai primi anni...
 
«Nel corso degli anni Ottanta e Novanta il funzionamento dell'Accademia si è modificato: le prospettive immediate sono mutate. Abbiamo accelerato i tempi: sono stati inseriti i corsi di restauro, di grafica. Abbiamo puntato sulla multimedialità, sulla videoarte. È aumentato il numero degli studenti: è arrivato a settecento unità. Ci siamo dotati di strutture come montaggio video, riprese: ecco, l'asse si è spostato, pur rimanendo nella tradizione con i corsi di pittura, di scultura, di decorazione e di scenografia. Scenografia, per esempio, ha fatto un ulteriore passo in avanti sviluppando, oltre alla parte teatrale, anche il nuovo settore di allestimenti museali e di cura degli spazi espositivi. Abbiamo anche lavorato in contatto con il mondo musicale. Questi sono stati momenti fondamentali perché hanno dato visibilità non solo all'Accademia, ma anche alle nuove professioni che siamo riusciti a coinvolgere: abbiamo fatto un corso di decorazione con indirizzo per i beni storico-artistici, per la valorizzazione del patrimonio artistico non solo contemporaneo. Siamo andati a indagare una serie di processi e percorsi che nell'Accademia non si facevano ed erano lasciati all'Università. Abbiamo fatto dei corsi di restauro volti al restauratore non solo come artigiano, ma come figura professionale, come imprenditore. Una figura che sapesse interloquire con soprintendenze e progetti europei e in più avesse la capacità di restaurare tele, tavole, materiale lapideo, affreschi, disegni. Abbiamo inventato questi corsi perché ci accorgevamo che il mondo del lavoro ci richiedeva delle professionalità. E poi non ultima la formazione dei docenti, che ci ha portato a un livello universitario: abbiamo formato docenti di storia dell'arte, educazione artistica. Abbiamo ribaltato la concezione dell'Accademia come momento isolato rivolto agli artisti. E poi ci siamo dedicati all'arte cosiddetta contemporanea: sono usciti molti giovani – oggi nemmeno più tanto giovani, intorno ai quarant'anni – che vengono proprio dall'Accademia dell'Aquila. Rispetto al tradizionale modo d'insegnare, laddove un maestro trasmetteva soltanto la sua singola esperienza agli allievi, abbiamo fatto, già da quattro o cinque anni, dei workshop con artisti stranieri e italiani con videoinstallazioni. Siamo riusciti a far penetrare l'arte contemporanea nell'Accademia: operazione come lei può immaginare piuttosto complicata data la nostra limitata possibiltà di prendere docenti».
 
Qual'è l'attuale organizzazione dell'Accademia?
 
«Abbiamo quaranta docenti stabili e circa sessanta contratti l'anno: questo richiede una vitalità estrema. L'Accademia viene gestita come un'impresa: io valuto con i miei colleghi gli obiettivi raggiunti e quelli non raggiunti. In caso di valutazione positiva il docente viene riconfermato. Questa impostazione è globale, riguarda tutti gli aspetti, e ci ha consentito di diventare molto veloci nel prendere le decisioni, di non passare attrraverso la burocrazia. I finanziamenti provengono da settori diversi: molte commesse provengono dal mondo del lavoro, dalla grafica, dal restauro, dei beni culturali e così riusciamo a finanziarci».
 
I contributi statali e degli enti locali sono rilevanti?
 
«I contributi dello Stato ammontano a circa un decimo di quel che noi riusciamo a reperire. La Provincia è atttenta al tipo di formazione effettuato dall'Accademia e ci supporta con finanziamenti che riguardano la parte delle manutenzioni».
 
L'Accademia è poco fuori dall'Aquila città: quali sono stati gli effetti del terremoto?
 
«Ci sono delle case a poche decine di metri dall'Accademia che son crollate completamente. L'edificio dell'Accademia ha retto perché è stata costruito come devono essere costruite normalmente le case. Non solo per la qualità del cemento armato, ma grazie a una struttura che ha consentito di sopportare il sisma grazie al movimento compatto della struttura. La costruzione dell'edificio, progettato da Paolo Portoghesi, risale ai primi anni Novanta».
 
La riapertura è stato un momento importante per la città così duramente colpita...
 
«Abbbiamo fatto una riunione il 14 dopo che la Protezione Civile (che ha assunto la gestione del territorio) ha fatto le verifiche comparate. La Protezione Civile manda tre gruppi di ingegneri che comparano le relazioni effettuate: attraverso questo esame si valuta se la struttura è idonea. Qui c'era poco da fare perché non c'è stato alcun tipo di movimento: io nell'ufficio ho una bacheca con della statue, delle immagini, delle coppe che con tutto il sisma non sono cadute. Noi siamo andati in Accademia in primo luogo per dare fiducia agli studenti che in questa fase sono i più colpiti. Uno studente si trova in una situazione come questa a non avere più i contatti, si smembra la rete di relazioni e rapporti nel tesssuto sociale. La cosa grave è che non ci sono più le sedi. È crollata la Casa dello studente, che dava solo un piccolo contributo quantitativamente nell'ospitalità dei giovani. Sui 25-27 mila che sono la popolazione universitaria di tutte le facoltà».
 
Sembrano numeri rilevanti...
 
«Parliamo della principale fonte di reddito della città: un indotto importante, un'economia determinante. Purtroppo adesso è scomparsa. Nel nostro piccolo abbiamo cercato di dare un segnale importante con la riapertura. Purtroppo il giorno 15 c'è stata un'altra scossa e la protezione civile ci ha detto di dover rieffettuare i controlli. Il prossimo giovedì noi riapriremo: faremo lezioni, faremo esami, abbiamo già fatto il consiglio accademico. Però i ragazzi sono terrorizzati. I genitori stessi possono mandare i ragazzi in un posto dove non c'è nulla? Non ci sono luoghi di aggregazione: dove vanno sotto la tenda? Ci sono già 30 mila cittadini che sono sotto le tende. A noi è venuta l'idea di fare un campus nell'accademia con delle case di legno, ma fatte per viverci: coibentate. C'è una società olandese con cui siamo in contatto che ha competenze adatte. L'Accademia ha due ettari di terra. Erano stati già destinati, grazie a un finanziamento del ministero, alla realizzazione di un grosso laboratorio di 1.600 metri quadri coperti. Già c'era un progetto stupendo. Tutto in vetro acciaio, stilisticamente differente da quello di Portoghesi che avrebbe dovuto affiancare. Ora però va indirizzato in un’altra direzione. Deve essere rivolto all'accoglienza, ma non nelle baracche: va impostato un campus universitario, diverso da quello che si può immaginare all'americana. Un campus per 100-110 studenti dell'Accademia».
 
C'è un rischio di interruzione dell'insegnamento?
 
«Questo – come è successo in altri luoghi in cui si sono verificati eventi del genere – avviene nei primi mesi, ma noi stiamo riaprendo le attività, c'è un atteggiamento diverso, anche se finora è stato decantato il terrore. Al Ministro Bondi ho fatto una proposta concreta. Noi abbiamo il corso di restauro; al Mibac c'è l'Istituto centrale del Restauro: si può trasferirne una parte all'Aquila dove noi potremmo fare un cantiere scuola; faremmo didattica sul campo. Potremmo fare la parte teorica e la parte pratica, la formazione, in parallelo. Parliamo dei prossimi dieci anni. Parliamo di tutti i tipi di restauro. Si tratta di un importante momento di aggregazione. Per quanto riguarda i beni culturali bisogna fare una catalogazione di tutti i beni che sono scomparsi. Anche questo è un lavoro di anni. Poi c'è tutta la grafica tridimensionale con il modello in 3D per ipotizzare eventuali restauri. Dal disastro dobbiamo prendere quello che ci consenta di non essere statici nella formazione: affrontare questo evento drammatico con il nostro modo di essere docenti, funzionari, studenti senza farci prendere dal panico: bisogna essere ottimisti, io sono ottimista. Stiamo mettendo in moto in questi giorni tutta una serie di proposte che possano dare credito e possibilità di fare dei momenti di edilizia il momento fondamentale della ripresa».
 
State pensando alla ricostruzione?
 
«Tutto questo discorso deve essere inquadrato in una programmazione generale della città perché se prima ci potevamo muovere a macchia di leopardo – ognuno aveva idea di fare quello che voleva sul proprio territorio – adesso ritengo sia opportuno coordinarci e non far sì che diventiamo una città in cui ognuno è attaccato al suo stendardo (l'Università, l'Accademia, i privati, il comune, gli speculatori...): questa è la cosa più difficile e io sto cercando di spronare il sindaco affinché lui possa recepire quello che noi come docenti dell'Accademia gli stiamo suggerendo, cioè di fare un coordinamento affinché nel corso della ricostruzione il decoro cittadino non diventi un mostro. Avremo un incontro con il sindaco, assieme ad alcuni docenti dell'Accademia, perché prenda in considerazione le nostre piccole proposte. Bisogna cominciare a preparare organicamente la ricostruzione della città».  
 
Non una pianificazione all'antica dunque, ma una sorta di virtuoso coordinamento urbanistico...
 
«Sì, anche perché poi noi abbiamo degli eccellenti progettisti all'Aquila. È essenziale che possano partecipare alla ricostruzione. Non tanto perchè devono prendere le commesse, ma perché c'è un'altra attenzione: L'Aquila, la nostra città, è la città di chi ci vive. Non quella del progettista che viene da fuori e che deve dimostrare la sua superiorità, come in altre situazioni analoghe è successo, altrimenti ci vengono a colonizzare. È un discorso che non si farà domani, ma che è opportuno sia messo subito in conto».
Accademia di Belle Arti dell’Aquila, esterno
Accademia di Belle Arti dell’Aquila, esterno


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