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19/1/2010

“L’Aquila, un’opera di vigilanza tecnica per la qualità della ricostruzione”

Donatella Fiorani, docente di restauro architettonico, fa il punto sulla situazione dopo il sisma sottolineando la necessità di un rapporto virtuoso tra scelte politiche e tecniche, del superamento della scissione tra sicurezza e altre questioni considerate meno prioritarie, di utilizzare le risorse del territorio, in particolare le forze giovani

<div>Santa Maria Paganica, L'Aquila </div>
Santa Maria Paganica, L'Aquila

La rivista «Arkos», che da oltre vent’anni dedica i suoi studi agli aspetti scientifici del restauro, ha pubblicato un numero monografico sul terremoto d’Abruzzo. A curare questo fascicolo è stata Donatella Fiorani, che dal novembre 2008 è professoressa ordinaria e titolare del Laboratorio di Restauro Architettonico presso la facoltà di Architettura “Valle Giulia” dell’U niversità “La Sapienza” di Roma, e dal 1998 è titolare del Laboratorio di Restauro presso la Facoltà d’Ingegneria dell’Università dell’Aquila, dove sta portando a termine in questi mesi il corso per l’anno accademico 2008-2009. Nel numero di «Arkos» sono presenti sia contributi generali che analisi specificamente dedicate agli effetti del sisma su singoli edifici storici. Nell’i ntervista la docente, oltre a raccontare l’attività svolta nella preparazione della rivista, fa delle valutazioni sulla situazione attuale della ricostruzione e sul rapporto fra ricerca scientifica, istituzioni e realtà presenti nel territorio locale.
 
Come è nata la decisione di dedicare un numero di «Arkos» al terremoto? Di fronte all'enorme complessità dei problemi da affrontare quali sono stati i criteri? Quali le questioni emergenti?
 
«La scelta è nata dall'interessamento dei direttori della rivista, Adolfo Pasetti e Claudio Montagni che, pochi giorni dopo il terremoto, mi hanno contattato, nella mia qualità di docente di restauro all’Università dell'Aquila presso la Facoltà d’Ingegneria, per cercare di render conto della situazione che si era determinata a partire dalla prima emergenza e per avere una panoramica dal punto di vista tecnico. L'idea di base è stata poi quella di cercare di mettere insieme competenze diverse che, o per consuetudine di studi o per operatività diretta, fossero state coinvolte da vicino dalle vicende aquilane nel corso dei primi sei mesi successivi al sisma del 6 aprile 2009. Quindi si è pensato a chi negli anni aveva studiato la città e il suo territorio, ai Vigili del Fuoco, a professionisti già attivi nella valutazione dei danni e nella messa in sicurezza dei luoghi e a chi aveva responsabilità specifiche di tutela e di difesa del patrimonio come il vice commissario Luciano Marchetti. L'intento era quello di fornire una panoramica che fosse il più possibile sfaccettata, molteplice e soprattutto aderente a tutte le problematiche emergenti. È evidente che il primo aspetto che si tocca è quello della sicurezza, della resistenza degli edifici storici; si riteneva però che, anche al di là di questa prima e fondamentale preoccupazione, ci fossero ulteriori aspetti, apparentemente secondari in un momento di crisi e invece di prioritaria importanza per inquadrare correttamente i problemi del restauro e della ricostruzione. Il valore storico-artistico dei centri antichi, l'irripetibile specificità costruttiva e figurativa di ogni singolo edificio e, anche, un approccio metodologico che cerchi innanzitutto di comprendere quello che occorre fare a partire da quello che c'è rappresentano i presupposti indispensabili per un intervento di restauro, anche in ambito post-sismico: si ritiene che, mancando questi, manchino i presupposti per un restauro, una conservazione e una ricostruzione efficaci e corretti».
 
Nell'affrontare il sisma abruzzese ci si è potuti basare su una tragica casistica preesistente. A suo parere in linea generale i provvedimenti adottati successivamente al sisma dimostrano la validità d'indirizzo della nostra legislazione in proposito?
 
«Proprio la legislazione sugli aspetti sismici delle costruzioni è in questi ultimi anni stata oggetto di una profonda rimeditazione. Sulle costruzioni storiche, in particolare, è stata emanata nel 2007 una speciale direttiva (denominata “Linee guida per la valutazione e riduzione del rischi sismico”), voluta soprattutto dalla Direzione generale per le belle arti, l’architettura, l’arte contemporanea e il paesaggio presieduta dall’architetto Roberto Cecchi; tale direttiva, soprattutto rivolta alla prevenzione, si preoccupa di coniugare le istanze della conservazione degli edifici storici in muratura con quelle della sicurezza. Non appena è stata completata questa direttiva è però cambiata la legge nazionale sulla costruzione sismica: nel gennaio 2008 è stato infatti emanato un decreto ministeriale che ha modificato sostanzialmente le modalità di verifica delle strutture degli edifici moderni in area sismica. A questo punto è stato necessario rivedere nuovamente le Linee guida tramite un lavoro condotto in un tavolo congiunto fra Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ministero dei Lavori pubblici: proprio in questi giorni si è completato tutto il vaglio tecnico necessario, adesso mancano le procedure amministrative e politiche che rendano attuativa la nuova redazione. Diciamo che quest’ultima versione delle Linee guida, in particolare, ma la stessa loro stesura nel 2007, pongono l'accento sulla necessità di coordinare il lavoro di indagine storico-costruttiva sugli edifici con la lettura e la verifica strutturale degli edifici e degli interventi stessi. Quindi anziché fare riferimento a modellazioni matematiche astratte, lontane dal reale comportamento delle strutture tradizionali, si è cercato di lavorare in maniera diversa: ovverosia partire dall'osservazione dell'edificio e dei dissesti da esso subiti e ricostruire, sulla base delle osservazioni condotte, le modalità di danno effettive, quelle che i tecnici chiamano “cinematismi di collasso”. In questi ultimi venti-trenta anni l’o sservazione diretta dei danni ha fatto comprendere che i dissesti avvengono prevalentemente attraverso cinematismi attivati per “macroelelmenti”, ovvero per porzioni omogenee degli edifici, identificabili a seconda del tipo di edificio, del sistema costruttivo e delle trasformazioni che questo ha avuto nel corso del tempo. Si è trattato di un cambiamento radicale della modalità di lettura dei dissesti e anche di una mutazione profonda della sensibilità nei confronti delle procedure da mettere in campo, delle soluzioni tecniche, dei presidi. Da una fase in cui si è data molta fiducia alle tecniche moderne, con l’utilizzo di materiali come il cemento armato, il metallo, l'acciaio... si è passati ad una maggiore attenzione verso la compatibilità strutturale dell'intervento con la preesistenza e verso l'uso di sistemi che assecondino il più possibile le capacità strutturali intrinseche della fabbrica. Quindi si è passati dall'adeguamento al miglioramento sismico: una rivoluzione veramente sostanziale. A questa rivoluzione nella sensibilità e nella logica dell’intervento strutturale molto hanno partecipato lo studio degli effetti del terremoto e dei risultati degli interventi di consolidamento condotti su edifici del Friuli, dell’Irpinia, dell’alta Toscana, di Marche e Umbria e del Molise. Comunque al di là della mutazione d'indirizzo delle tecniche e delle modalità progettuali la risposta degli edifici sembra molto legata alla qualità degli interventi: al loro effettivo rispetto dei principi costruttivi storici e delle modalità del buon fare edilizio».  
 
Alcuni dei concreti problemi della ricostruzione sono invece legati a un'applicazione delle normative – nel periodo precedente al terremoto, quindi, per così dire, ordinarie – che si riferiscono alla conservazione del patrimonio architettonico non sufficientemente accurata. Al di là dei casi di grave incuria, da cosa sono stati provocati questi problemi e come si sta procedendo per evitare che si ripetano in futuro?
 
«Esistono due problemi. Il primo è legato a una carenza progettuale, il secondo riguarda una insufficiente attenzione alla qualità esecutiva dell'opera. In entrambi i casi, secondo me, si sbaglia nel pensare di poter realizzare il restauro o il consolidamento dell'edificio a prescindere dalle caratteristiche dell’edificio stesso. Cioè che esistano sistemi validi a priori, che si possano applicare in maniera standardizzata sulla costruzione e che forniscano comunque risposte corrette ai fini della futura risposta sismica dell'edificio. A questo, poi, si deve aggiungere, purtroppo, una cronica carenza di manutenzione, tipica soprattutto di quest'ultimo secolo, devo dire, in Italia. Dedichiamo poca cura alla gestione e al controllo delle fabbriche, anche dal punto di vista strutturale. I monitoraggi sono riservati ai monumenti principali e, anche qui, sono confinati alle situazioni con palesi condizioni di instabilità. Non controlliamo praticamente quasi mai l’effettivo tensionamento delle catene, né verifichiamo le condizioni degli elementi lignei nel tempo e così via. La mancata volontà di calare il progetto e l'intervento sulla realtà effettiva dell'opera incoraggia poi le operazioni sostitutive. Un caso eclatante è quello delle coperture: si è preferito rimuovere integralmente tetti in legno, leggeri, stagionati, tutto sommato ottimi dal punto di vista strutturale, per sostituirli con coperture in cemento armato che, invece, sono rigide e molto pesanti, semplicemente per non avere il problema di vagliare puntualmente l'efficacia della struttura esistente; questa, il più delle volte, può presentare puntuali e localizzati ammaloramenti ma può altresì semplicemente essere localmente risanata. La risposta a queste problematiche non può che derivare da una parte dalla realizzazione di efficaci controlli sui progetti e sui lavori e dall’altra dalla crescita culturale non solo dei professionisti e delle imprese ma, sopratutto, della committenza, perché è quest’ultima che condiziona effettivamente la gestione degli edifici nel tempo, stabilendo tempi e interessi operativi e selezionando professionisti ed imprese».  
 
Lei ha sottolineato la necessità di mantenere un collegamento nelle scelte operative della ricostruzione fra i problemi del restauro storico architettonico e le esigenze strutturali: perché questo è difficile da realizzare?
 
«È difficile da realizzare non tanto per problemi tecnici quanto per un problema di mentalità. In generale, in Italia abbiamo difficoltà a lavorare in équipe. In più, poi, per questa sorta di scissione che si è creata nell'opinione pubblica e nella committenza, la questione della sicurezza è percepita da tutti come prioritaria, mentre quella del restauro viene vissuta in maniera molto più superficiale e approssimativa. Ne consegue che, per mettere in sicurezza un edificio, si va a cercare il professionista competente (che, in genere, è un ingegnere strutturista) mentre per restaurare un edificio – in Italia dove si vanta una nobile tradizione nel restauro, dove esistono quattro scuole di specializzazione post lauream, di cui una a Roma che ha oltre cinquant'anni – non si ritiene indispensabile garantire un’adeguata competenza acquisita con una formazione specifica. Mentre in Francia, per esempio, solo l'architetto specializzato in restauro può intervenire sugli edifici storici vincolati, in Italia ciò non avviene e la legislazione attuale risulta particolarmente controversa, anche in riferimento al ruolo specifico degli architetti e degli ingegneri. Comunque, in generale, il problema del restauro, al di là del gran parlare che se ne fa, viene percepito come meno rilevante. Accade così che, anzichè partire con la formulazione dell’i ntervento con un progetto aperto a tutte le problematiche conservative dell’edificio e poi affinare questo sulle singole specificità del consolidamento, degli impianti, delle superfici ecc., proprio per l’urgenza del problema della sicurezza, si affida autonomamente questo aspetto allo strutturista (che magari è anche lontano dalle problematiche del restauro), ponendo le questioni architettoniche in subordine nella progettazione. Ciò avviene a volte anche con lavori gestiti dalla Soprintendenza, con il coordinamento delle opere affidato a funzionari che continuano a diminuire di numero e risultano sempre più oberati di lavoro».   
 
L'ordine dei problemi da affrontare è enorme; la dimensione dei costi e tempi della ricostruzione dipendono da una serie di fattori diversi: scelte politiche, finanziamenti, normative. Quali sono a suo parere le prospettive della ricostruzione, quali scelte sarebbero auspicabili per iniziare a risolvere i problemi che si pongono?
 
«Mi sono fatta l'idea che le prospettive per la ricostruzione non siano affatto chiare: mi sembra che siano più che altro subordinate alle modalità e alle logiche di finanziamento. E devo dire che questa inversione di pesi fra il valore dell’esistente (dei centri e degli edifici storici) e il prezzo degli interventi mi preoccupa molto: è come se si fossero rovesciati completamente i termini del problema, facendo il gioco di chi in una situazione del genere intende arricchirsi. Favorendo gli interessi speculativi ed economici al posto di quelli culturali. Io penso che il territorio abbia notevoli risorse e devo ora parlare della mia esperienza di docente. Ho svolto il mio corso di restauro in coincidenza con il terremoto e mi sono trovata di fronte ragazzi che avevano subìto serissimi danni, avendo perso gran parte del loro mondo e, in alcuni casi, anche i loro cari. Ma ciò nonostante, in tempi veramente brevi, già dopo un mese dal sisma, mi sono trovata di fronte persone che, con grande entusiasmo, hanno lavorato, hanno preparato esami, hanno elaborato tesi, affrontando con la loro esercitazione proprio i problemi generati dal sisma. Tutto questo mi è sembrato veramente straordinario, un segnale evidente delle risorse molto forti di questo territorio. Una cosa che si dovrebbe fare subito è partire da quanto esiste come materiale documentario e di studio, non solo per L'Aquila, ma anche per i centri vicini, per i piccoli abitati, come Tempera, Paganica, Sant'Eusanio Forconese, San Benedetto in Perillis. Coinvolgere, con la raccolta e la revisione del materiale documentario esistente, queste stesse forze giovani, che rappresentano un’eccezionale risorsa. Questo coinvolgimento avrebbe fra l’ altro un grande effetto, una grande ricaduta psicologica, importante sia sul lavoro da compiersi che sulla popolazione».  
 
Quali altri fattori possono favorire la ricostruzione?
 
«Un nodo importante è quello della selezione, perché ci sono professionisti che seriamente si sono dedicati ad approfondire le problematiche poste dal restauro e dalla conservazione e professionisti, così come imprese, che invece s’improvvisano. In realtà, qua si pone un problema molto delicato: chi deve effettuare questa selezione. Sicuramente esiste un ruolo specifico della politica: come acquisire e come gestire nel tempo i fondi sono compiti eminentemente politici. Però non si può delegare alla politica tutto. In particolare sulla modalità di distribuzione di questi fondi si deve aprire un dialogo trasparente fra ragioni politiche e istanze tecniche. Le questioni tecniche principali riguardano la selezione dei progettisti, la selezione delle imprese, il vaglio dei progetti, il controllo dei cantieri. Se questi aspetti vengono sostanzialmente condizionati da esigenze politiche ritengo che sia difficile garantire la qualità del restauro e della ricostruzione, mentre un’opera di vigilanza tecnica costante – favorita da un’informazione esaustiva e da un confronto ampio con il mondo dello studio e della professione – offrirebbe maggiori garanzie di risultati».  
 
Il rischio sismico va certamente considerato un fattore ineliminabile del territorio italiano: quali problemi pone per la conservazione ordinaria, per la manutenzione, del patrimonio architettonico?
 
«Il problema sismico pone in evidenza più che mai l'annoso problema della manutenzione, che in Italia oggi non si fa, contrariamente a quel che avviene in molti altri paesi europei. Anche i risultati dei dissesti e dei crolli hanno messo in evidenza come edifici costruiti nello stesso periodo, trasformati grosso modo nello stesso modo, caratterizzati da una volumetria analoga si siano comportati diversamente a seconda che fossero edifici abitati e manutenuti dai proprietari, oppure no. È stata proprio veramente un cartina al tornasole: quella della manutenzione è una questione che non riguarda solamente il rischio sismico, ma che il rischio sismico pone nella maniera più drammatica».
 
Il terremoto dell'Aquila tocca uno dei nodi fondamentali del paesaggio italiano: il rapporto fra centri storici e urbanistica; è la questione di fondo dell'identità culturale del nostro paese, così fortemente collegata al suo patrimonio storico-artistico. A suo parere sarebbe utile dare a questo problema una maggiore centralità nella ricerca scientifica?
 
«Per la zona colpita dal sisma abruzzese, in particolare, proprio per la sua specifica modalità storica di configurazione quale “città-territorio”, la questione è ancora più evidente. C’è da dire che, malgrado tutte le difficoltà che oggi riscontriamo – riduzione di fondi, autorevolezza e riconoscibilità anche sociale – la ricerca scientifica universitaria va avanti. Il problema è che sempre meno si raccorda con le procedure operative correnti. L'ho constatato personalmente all'Aquila, dove esiste una tradizione di studi, di orientamento diverso, che guarda ai problemi del territorio: studi sul centro storico dell'Aquila, sugli abitati minori, sulle stratificazioni dei monumenti principali, ma anche sulla trasformazione del tessuto urbano. Quello che è mancato, quello che perlomeno io non ho potuto riscontrare negli undici anni in cui ho insegnato lì, è una diretta ricaduta sul territorio di questi studi. Non in tutti i campi: ha funzionato meglio il rapporto fra studio del paesaggio e sistema dei parchi, in questo ambito si sono verificate corrispondenze più dirette fra ricerca e strategie operative, più di quanto non sia successo nel campo della conservazione. È un problema di lavoro di équipe, cui ho accennato prima, ma è anche di tempistiche, di organizzazione e, soprattutto, di mentalità. Anche perché nel nostro settore la ricerca tocca terreni che sono lambiti anche dalla professione e per questo, in qualche modo, solleva riserve e sospetti... reazioni che ritengo piuttosto infondate, nel senso che comunque la ricerca assolve compiti che una certa professione (un po' stretta nei tempi e nella concretezza dell’onorario) non potrebbe comunque affrontare fino in fondo. Quindi, secondo me, questa concorrrenza dovrebbe piuttosto innescare un processo virtuoso di conoscenza da cui tutti avrebbero da quadagnare, a partire dalla committenza pubblica. Molto spetta per risolvere questo problema agli enti locali. Esistono alcuni territori virtuosi, in Italia, dove gli enti locali hanno stabilito una collaborazione forte fra indagini sul costruito e successivi sviluppi progettuali. Per ragioni diverse ciò non è stato possibile in Abruzzo, speriamo che in questi prossimi mesi questo trend potrà modificarsi».  
 
L'alta formazione universitaria dà a suo parere una risposta ai problemi da affrontare, che coinvolgono tante discipline diverse: architettura, urbanistica, economia, scienze sociali, problemi dell'ambiente? L'organizzazione degli indirizzi di studio legati ai problemi del paesaggio, coinvolti nel loro insieme di fronte ad eventi come il sisma dell'Aquila, potrebbe essere migliorata da una diversa organizzazione generale?
 
«Il problema è il passaggio dall'analisi teorica all'applicazione operativa. Secondo me le competenze esistono e vanno valorizzate; esiste, come ho ricordato più volte, la difficoltà a lavorare in équipe, ma esiste anche un forte problema di coordinamento. Io credo poco all'interdisciplinarietà e confido invece nella multidisciplinarietà: ovverosia nel lavorare con competenze diverse attorno a un tavolo dove le molteplici specificità di ruoli, strumenti, obiettivi e metodi appaiano chiare e ben distinte. Solo avendo tutti chiaro il proprio compito è possibile lavorare insieme: non credo in un'interdisciplinarietà confusa, in cui non si capisce bene chi fa cosa e in che modo si collegano i diversi apporti. Al centro di tutto, ciò che realmente serve è un coordinamento consapevole ed efficace, che proprio dalla consapevolezza e dall’ efficacia tragga la propria indispensabile autorevolezza; scarsa capacità di lavorare insieme e carenza di autorevolezza costituiscono oggi in Italia un problema estremamente delicato. È un lavoro enorme che c'è da fare, è un lavoro che richiederebbe anche un altro requisito indispensabile, ovvero un rapporto virtuoso fra politica e tecnica. Si tratta soprattutto di una questione di mentalità: ci deve essere un sostegno politico forte per questo tipo di operazioni e ci deve essere un rapporto trasparente fra decisioni tecniche e scelte politiche».  





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