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8/12/2010

Anna Foa: gli ebrei e la costruzione dell'Italia unita, "un'identificazione intensa e qualificante"

La storica ha aperto il congresso dell'Ucei con una prolusione sul ruolo svolto dalla comunità ebraica nel processo di unificazione: un contributo connesso con la tolleranza di tutti i culti religiosi. Le leggi razziali del 1938 segnarono la fine dei principi base dello Stato risorgimentale. Fu la Resistenza a riannodare il legame interrotto col Risorgimento

Il manifesto del razzismo italiano
Il manifesto del razzismo italiano

Si è aperto con una prolusione sul tema "Gli ebrei e i 150 anni dell'Unità d'Italia" il congresso quadriennale dell'Ucei, l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che dal 5 all'8 dicembre riunisce i delegati a Roma per la relazione del presidente, Renzo Gattegna, il dibattito sullo statuto e il rinnovo del Consiglio, della Consulta Rabbinica, dei Revisori dei Conti e dei Probiviri. Il tema del ruolo svolto dalla minoranza ebraica nel processo di unificazione nazionale è stato affrontato, alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dalla storica Anna Foa, docente di storia moderna all'Università Sapienza di Roma.



«Che forte e intensa sia stata l’identificazione della minoranza ebraica italiana con il processo di costruzione dello Stato unitario, è cosa nota », ha esordito  Anna Foa, spiegando che gli ebrei «consapevoli che ogni speranza di emancipazione, negata loro ostinatamente dai governi dell’antico regime, poteva venire solo dai “novatori”… partecipano all’attività cospirativa mazziniana, ai moti del 1820-21 e del 1830-31, alla Repubblica romana del 1848… alle guerre del Risorgimento, alla presa di Roma il 20 settembre 1870».



L'emancipazione ottenuta dagli ebrei man mano che si compiva il processo di unificazione – ha aggiunto Foa – «non fu soltanto una svolta radicale nel percorso delle comunità ebraiche che popolavano l'Italia. Essa fu anche e soprattutto un momento qualificante della costruzione del nuovo Stato italiano: ne segnò profondamente il percorso divenendone, con il connesso principio della tolleranza di tutti i culti religiosi e della loro uguaglianza davanti alla legge,uno dei pilastri basilari». In sintesi, si può parlare di un processo di emancipazione ebraica che si caratterizza come adesione alla patria italiana, come assimilazione a un sistema di valori.



L’intreccio tra i due movimenti di emancipazione degli ebrei e, al tempo stesso, di identificazione con lo Stato italiano ha, secondo la studiosa, origini complesse, la più remota delle quali è «il profondo radicamento del mondo ebraico italiano, il fatto che dall’antichità romana in poi gli ebrei d’Italia, o almeno una gran parte di essi, restassero “cives romani”, sia pure di seconda categoria». La motivazione più vicina, invece, «risiede nella natura stessa del Risorgimento italiano e della cultura che lo permea: lontana, almeno nei primi decenni, dalle chiusure nazionalistiche che caratterizzano paesi come la Francia o la Germania, aperta a una visione più ampia e cosmopolita, di impronta mazziniana, ostile alla Chiesa per motivi sia politici, il suo essere ostacolo primo al processo unitario, che ideologici, il rifiuto da parte della Chiesa della tolleranza religiosa, della modernità, della pluralità dei culti».



L’integrazione dopo il 1870 – ha proseguito Foa – fu, infatti, «sostanzialmente rapida, segnata solo da pochi, insignificanti episodi di “antisemitismo liberale”, mentre l’antisemitismo politico prendeva piede negli altri paesi europei… Un’assenza di antisemitismo, da parte del nuovo Stato uscito dal Risorgimento, fondata anche nella nuova ostilità antiebraica della Chiesa dopo la perdita dello Stato temporale, che spinge il mondo politico italiano a stringersi a difesa delle libertà delle sue minoranze e a caratterizzare decisamente in senso liberale la sua politica religiosa».



Le condizioni di «armoniosa integrazione»  – ha continuato Foa – cambiano «a partire dagli anni della guerra di Libia, con l’affermarsi di un nazionalismo sempre più aggressivo. La Prima Guerra Mondiale e ancor più l’avvento del fascismo trasformano in profondità la natura dello Stato risorgimentale e rimettono in discussione il senso che gli ebrei italiani conferiscono alla loro identificazione nazionale». Per loro si tratta ora «non più di condividere i valori e le idealità del processo di costruzione nazionale ma… di ribadire di fatto l'appartenenza alla nazione, di mostrarsi italiani: di conseguenza, nel momento in cui per gli italiani l'adesione alla patria si identifica ormai con quella al regime fascista, gli ebrei italiani diventano fascisti come gli altri italiani», anche se «il quadro del consenso ebraico al regime presenta incrinature non da poco» (erano ebrei, ad esempio, sei dei quattordici professori universitari che rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo nel 1931). 



«A rendere difficile il rapporto tra il fascismo e l’ebraismo italiano venne nel 1937 la campagna antisionista iniziata dal regime» ma, secondo Foa, «a rompere drammaticamente l’identificazione ebraica con l’Italia fascista furono le leggi razziste del 1938», che non rappresentarono soltanto l’inizio della persecuzione della piccola minoranza ebraica ma anche e soprattutto «una rottura fortissima nella continuità dello Stato italiano, l’introduzione, per la prima volta nella sua sia pur breve storia, di una discriminazione tra cittadini che segnava la fine dei principi base dello Stato italiano nato nel processo unitario».



Ecco allora che «gli ebrei italiani furono fortemente presenti nella Resistenza». Anna Foa ha ricordato, in proposito,  i nomi di Franco Cesana ed Emanuele Artom, il gruppo  di giovani unitisi alla lotta partigiana in Val d’A osta e poi deportati ad Auschwitz, lo scrittore Primo Levi. «Quella adesione alla Resistenza – ha ipotizzato Anna Foa – aveva forse anche il significato di riannodare il legame, interrotto, con il Risorgimento».



In conclusione la storica si è soffermata sul secondo dopoguerra. Nella nuova Italia postbellica, in un contesto politico e culturale internazionale che può aver contribuito a fraintendimenti, ha affermato Foa, «non si ha l’ impressione che il senso di questa lotta, di questa adesione a una patria rinnovata e trasformata, sia stato recepito e compreso immediatamente, che l’appartenenza nazionale degli ebrei abbia trovato un rapido riconoscimento. Molte, troppe testimonianze ci riportano, dopo il 1945, a un’immagine del mondo ebraico italiano come sostanzialmente estraneo alla nazione e alla sua storia, mostrando che la propaganda razzista del 1938 aveva agito più in profondità di quanto non pensiamo».




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