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3/3/2011

Serianni: “L'Italia, l'unico Paese dove la lingua sia nata prima della nazione”

Lo studioso sottolinea l’unicità delle nostre vicende storico-linguistiche. Parla, inoltre, del ruolo svolto dalla scuola e dai mezzi di comunicazione, dell’uso del dialetto e dell’invasione dell’inglese

Dante Alighieri, Divina Commedia, Pisa, 1827
Dante Alighieri, Divina Commedia, Pisa, 1827

«L'Italia è davvero un esempio isolato rispetto al resto del mondo, l'unico Paese  dove la lingua sia nata prima della nazione». Così Luca Serianni, membro  dell'Accademia della Crusca e docente di storia della lingua alla Facoltà di Lettere dell'Università Sapienza di Roma, sintetizza la particolarità delle nostre vicende storico-linguistiche.



Lo studioso è stato tra i relatori del recente incontro sul tema "La lingua italiana fattore portante dell'identità nazionale", che si è svolto a Roma, al Quirinale, nell'ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia e in concomitanza con l’inaugurazione della mostra "Viaggio tra i capolavori della letteratura italiana. Francesco De Sanctis e l'Unità d'Italia" (visitabile fino al 3 aprile). L'evento, promosso dalla Presidenza della Repubblica con la collaborazione dell'Accademia dei Lincei, dell'Accademia della Crusca, dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana e della Società Dante Alighieri, ha visto la partecipazione di diverse personalità del mondo accademico e culturale tra le quali Tullio De Mauro ("L'Italia linguistica dall'Unità all'età della Repubblica"), Vittorio Sermonti ("La voce di Dante"), Carlo Ossola ("I libri che hanno fatto gli italiani"), Nicoletta Maraschio ("Passato, presente e futuro della lingua nazionale") e Umberto Eco ("L'italiano del futuro").



«La lingua italiana – spiega Serianni – è stata il collante che ha tenuto insieme  la classe alta del nostro Paese ben prima della sua unificazione. In tal senso, non ha sbagliato Benigni nel suo  intervento al Festival di Sanremo quando ha detto che dalla cultura è nata la nazione, un fatto unico al mondo». Facendo un confronto in ambito europeo, «l'inglese, il francese, lo spagnolo – osserva lo studioso – hanno seguito l'unificazione e il centro del potere statuale, mentre l'elemento fondamentale per il tedesco è stata la Riforma protestante. Nel caso dell'italiano, invece, è stata la letteratura a rappresentare il fattore unificante di una civiltà, che peraltro affondava le sue radici nell'idea classica dell'antica Roma».



Quanto all'unificazione linguistica "di massa", prosegue lo storico della lingua, «il merito va diviso per due. Anzitutto la scuola, anche se per la maggior parte degli italiani si traduceva nella  frequenza ai primi tre anni delle elementari; e poi i mezzi di comunicazione di massa, la radio prima e la televisione dopo. Mi ha colpito, ad esempio, come le lettere scritte dagli italiani dell'Oltrepò pavese, prigionieri internati dopo la campagna di Russia, quasi tutti provenienti da quelli che un tempo si usava definire come umili mestieri, fossero scritte in un italiano tutto sommato accettabile».



Sull'uso, integrativo o sostitutivo, del dialetto, Serianni distingue: «È positivo l'attaccamento al proprio dialetto di origine, che indubbiamente costituisce una risorsa espressiva in più  rispetto alla lingua "ufficiale". È velleitaria  l'idea, per fortuna subito rientrata, di insegnare il dialetto a scuola; non fosse altro che per l'assenza di aree geografiche di una sia pur minima ampiezza che possano essere considerate omogenee rispetto al dialetto parlato».



Infine, sull’invasione della lingua inglese, specialmente nei linguaggi settoriali dell’economia, della finanza o dell'informatica, la valutazione di Serianni (intervenuto con una relazione dal titolo "La lingua italiana nel mondo") è articolata. «Non c'è nulla da temere per il nostro italiano se si pensa a una sorta di "ibridazione" con l'inglese. Diverso il discorso se si procedesse troppo oltre, con l'utilizzazione "esclusiva" dell'inglese in settori comunque "alti" del nostro linguaggio: allora, si tratterebbe di un danno molto grave». In sintesi, conclude il linguista, «finché l'italiano resta in grado di comunicare in tutti gli ambiti, nessuno escluso, neanche  quelli più "tecnici", va anche bene l'ingresso di parole inglesi, che non arrivino a "disordinare la lingua italiana" come direbbe il Machiavelli. Ma sarebbe ben diverso e grave se la lingua italiana  abdicasse al suo ruolo, arrendendosi alla lingua inglese».




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