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16/5/2011

INTERVISTA

Gino Roncaglia: "Leggeremo su e-book e il libro su carta diventerà una cosa per collezionisti"

Ci sarà un cambiamento epocale: i supporti digitali coesisteranno con la stampa per 20-25 anni per poi affermarsi. Ne è convinto il docente di informatica umanistica e autore del saggio "La quarta rivoluzione". L'esperienza della lettura cambierà con i software legati ai social network, ma ci porteremo dietro l'eredità della tradizione: non rinunceremo, infatti, a leggere Austen, Stendhal o Proust

di Georgia Garritano

Che cos’è il libro elettronico e quali cambiamenti comporta nella scrittura, nella lettura, nella conservazione e nella trasmissione del sapere: lo spiega Gino Roncaglia, docente di Informatica applicata alle discipline umanistiche e di Applicazioni della multimedialità alla trasmissione delle conoscenze presso l’Università degli Studi della Tuscia. Autore del recente La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro (Laterza, 2010), Roncaglia ripercorre nell’intervista le tappe fondamentali della storia dell’e-book, individuando i problemi teorici e pratici di questa tecnologia e formulando ipotesi sul futuro a breve e lungo termine. La sua previsione è che per alcuni anni avremo una compresenza tra cartaceo ed elettronico, ma progressivamente prevarranno i supporti digitali.

Iniziamo dal titolo del suo libro: La quarta rivoluzione. Perché l’era dell’e-book può essere definita rivoluzionaria e a quali precedenti radicali cambiamenti della testualità e della lettura è paragonabile?              

«Non è la prima volta che ci sono dei cambiamenti radicali per quello che riguarda le tecnologie e le modalità di distribuzione e di pubblicazione del discorso scritto. Ci sono stati almeno altri tre momenti fondamentali di evoluzione. Il primo è stato il passaggio dall'oralità alla scrittura, la rivoluzione fondante. Il secondo è il passaggio dalla forma rotolo, dal volumen, al codex, quindi alla forma del libro rilegato, che ha preso parecchio tempo ma il cui punto centrale si colloca intorno al III-IV secolo d.C. Poi c'è la rivoluzione gutenberghiana, naturalmente, l'invenzione della stampa, e oggi c'è il passaggio al digitale del mondo dell'editoria. Il libro è sempre stato anche una tecnologia. Non è che siamo davanti a un passaggio da un oggetto quasi naturale, il libro a stampa, a un oggetto tecnologico che è il libro elettronico. Siamo davanti al passaggio da una tecnologia a un'altra. È un passaggio rivoluzionario, cioè il cambiamento è di grande portata, influenza le modalità di leggere, le modalità di distribuire i testi, le modalità di utilizzarli». 

Un altro chiarimento preliminare: di cosa parliamo quando parliamo di libro elettronico? È vero che anche il termine ‘libro’ rimanda a diverse dimensioni (oggetto fisico, testo, prodotto commerciale…); tuttavia, quando pensiamo a un libro ci viene subito in mente un insieme di fogli stampati, ordinati e rilegati racchiuso da una copertina. Che cos’è, invece, un e-book? 

«Il termine ‘libro elettronico’, proprio come il termine ‘libro’, si porta dietro una quantità di significati con in più l'elemento costituito dal fatto che nel caso del libro elettronico non c'è un legame necessario tra il dispositivo di lettura e il testo vero e proprio. Nel caso del libro a stampa il testo in qualche modo è incorporato nella pagina, non posso staccare il testo dalla pagina; nel caso del libro elettronico c'è la possibilità di distaccare il testo dalla pagina. Quindi, in linea generale, un libro elettronico è l'unione di un testo elettronico e di un supporto di lettura, ma il testo elettronico deve essere formattato, organizzato, impaginato in funzione del dispositivo di lettura ed è accompagnato da una serie di funzionalità – sottolineature, annotazioni oppure funzionalità nuove proprie del digitale – che sono anch'esse parte di questo insieme. Quindi testo elettronico, dispositivo di lettura, ma anche organizzazione del testo per il dispositivo e funzionalità del dispositivo: l'insieme di tutte queste cose è un libro elettronico».

L’e-book è al centro di un interesse crescente, ma non può più dirsi una novità. Il suo sviluppo ha ormai una storia piuttosto lunga (e la sua idea ancora di più). Quali sono state le tappe fondamentali?

«In un certo senso, è da quando si è presentata l'idea di realizzare testi elettronici anche di una certa lunghezza, e quindi di trasformare in testo elettronico anche dei testi che circolavano e circolano sotto forma di libro a stampa, che si può parlare di libri elettronici. Sicuramente il Progetto Gutenberg è stato una delle tappe fondamentali. Michael Hart è stato il primo, nella prima metà degli anni Settanta, a cominciare a digitalizzare dei testi. Invece, per quello che riguarda i dispositivi di lettura, cioè l'altro versante di questo connubio che costituisce il libro elettronico, anche lì l'idea di costruire dei dispositivi che consentissero di scrivere e di leggere viene abbastanza presto, anche prima che ci sia la tecnologia adatta. Ed è un'idea che ha una storia che passa attraverso tanti tipi di dispositivi diversi, all'inizio con schermi ancora molto limitati, a cristalli liquidi, poi progressivamente con schermi migliori. Si passa anche attraverso l'evoluzione dei palmari, che diventano smartphone. Così come, d'altro canto, c'è l’invenzione dell'e-paper, della carta elettronica, che sicuramente porta tra il 2005 e il 2007 a una nuova generazione di dispositivi di lettura. Sicuramente una tappa fondamentale è stata tra il 1999 e il 2000, quando sono usciti i primi tentativi di costruire dei dispositivi di lettura che avessero la forma, la portabilità, le dimensioni di un libro. È stata una prima generazione, che viene spesso ricordata come falsa partenza. Non ha funzionato per un insieme complesso di motivi, compreso il fatto che gli schermi erano ancora molto insoddisfacenti, che i modelli di business erano probabilmente poco funzionali, che c'erano pochi libri elettronici disponibili da acquistare... Quindi un insieme di motivi determina il fallimento di questa prima generazione di dispositivi, dispositivi che però preparano la strada per la seconda generazione, che viene fuori più o meno con il Kindle della Amazon, quando una grossa azienda, già leader per quello che riguarda la distribuzione dei libri in rete, decide di usare la tecnologia della carta elettronica, già disponibile da un paio d'anni, per fare un dispositivo di lettura di larga diffusione. Il Kindle, uscito nel 2007, è probabilmente il capostipite di questa seconda generazione di dispositivi di lettura, che è quella che utilizziamo adesso. Nel frattempo, eredi degli smartphone, compaiono i tablet multimediali. La terza generazione sarà probabilmente un po' la fusione delle caratteristiche della carta elettronica – quindi un dispositivo che non emette luce, che non stanca la vista, che ha batterie che durano molto – con alcune caratteristiche dei tablet, in particolare il colore e la capacità di gestire contenuti multimediali».

A che punto siamo: dopo le false partenze è l’ora del decollo? Quali condizioni sono cambiate e quali presupposti sono ancora necessari?

«L'idea del decollo, cioè che ci sia improvvisamente la tecnologia che in pochissimo tempo si afferma, nel caso dei libri elettronici è fuorviante. In realtà, più che un decollo e un'esplosione improvvisa, credo che andremo avanti per scalini. Un primo scalino sicuramente con il Kindle è stato salito: a questo punto ci sono dei dispositivi che sono ragionevolmente diffusi e ragionevolmente comodi. Non sono ancora all'altezza come funzionalità, come comodità, come resa, di quello che i libri elettronici potranno essere tra una decina di anni. C'è anche una situazione che è molto differenziata da paese a paese. Negli Stati Uniti c'era già Amazon che era un soggetto forte con un pubblico molto vasto e con un sito che offriva non soltanto l'acquisto di libri ma una specie di ecosistema costruito intorno al libro. Gli utenti di Amazon sono passati molto facilmente al Kindle, perché il Kindle non è soltanto un dispositivo di lettura, è una specie di prosecuzione su tavoletta dell'ecosistema Amazon. In Europa non abbiamo in questo momento un soggetto così forte e quindi, probabilmente, lo sviluppo sarà più lento. Non credo che ci sarà un improvviso decollo, nei prossimi due o tre anni, in particolare in Europa e in Italia. Ci sarà una crescita progressiva e ogni scalino corrisponderà a un passaggio o tecnologico o di mercato. La carta elettronica a colori sarà un passaggio tecnologico. La creazione di un volume di e-book in vendita in italiano abbastanza ampio e a prezzi ragionevoli sarà uno scalino di mercato».

Le dimensioni del fenomeno e-book in Italia: secondo dati recenti sono disponibili circa 8.000 titoli e la quota di mercato è inferiore all’uno per cento. Come interpretare questi numeri?   

«Ottomila titoli è un dato ancora piuttosto limitato. Ovviamente il mercato editoriale anglosassone è un mercato editoriale di altre dimensioni, però il mercato editoriale italiano non è minuscolo. Anche per il nostro mercato editoriale 8.000 titoli sono un po' pochi. Credo che un allargamento nel numero dei titoli disponibili sia appunto uno dei gradini, una delle premesse necessarie, per un allargamento anche del mercato dei libri elettronici».

Quali tendenze si possono prevedere a breve termine? Alla causa dell’e-book saranno più utili i dispositivi dedicati (reader basati su e-paper, come il Kindle o il Nook) o quelli multifunzionali (tablet, come l’iPad)?

«In questo momento, l'impressione è che i dispositivi dedicati basati su carta elettronica servano soprattutto per testi di tipo tradizionale, cioè l'edizione elettronica di un libro che c'è anche a stampa, mentre i libri elettronici su tablet sperimentano dei formati in parte nuovi: libri elettronici arricchiti, che possono avere contenuti multimediali. Però, credo che questa distinzione – e-paper da una parte, tablet multimediali dall'altra – sia una distinzione molto contingente, molto legata alla tecnologia che abbiamo a disposizione oggi. Man mano che la carta elettronica diviene a colori e che migliorano le tecnologie – ci sono tecnologie nuove, l'electrowetting, che vanno sperimentate, bisogna vedere se effettivamente funzionano, se consentono di produrre a costi ragionevoli grandi quantità di schermi di buona qualità – penso che questa bipartizione del mercato tra dispositivi basati su carta elettronica e tablet multimediali tenderà a scomparire: avremo bisogno di dispositivi che riescano a integrare tutte e due le caratteristiche».

Dal punto di vista degli standard di pubblicazione e del software quali innovazioni dobbiamo aspettarci? 

«Ci sono due tipologie di problemi legati all'aspetto software: uno è quello della codifica del testo; l'altro problema sono le funzionalità, le caratteristiche del programma di lettura. Dal punto di vista dei formati, è di questi giorni l'uscita delle specifiche di ePub 3, la terza versione del formato fluido adatto proprio ai libri elettronici. Un formato che non è orientato a una pagina impaginata in maniera fissa, come il Pdf, ma che permette di reimpaginare la pagina dinamicamente in funzione del dispositivo su cui la leggiamo. L'evoluzione di ePub permette di incorporare molto meglio contenuti multimediali, anche esterni, presi dalla rete. Per quello che riguarda i software di lettura, le funzionalità miglioreranno. In questo momento sostanzialmente si può sottolineare, prendere appunti, e non è cosa semplice: sul Kindle, per esempio, la tastiera per prendere appunti è molto scomoda; altri dispositivi usano touch screen e mini stilo; per i touch screen ci sono due tecnologie, una funziona meglio per le dita e l'altra funziona meglio per il pennino; quindi ci sono ancora sfide tecnologiche dal punto di vista del software. Mi aspetto dei software di lettura che in futuro siano molto più legati al mondo dei social network, che permettano quindi di discutere, di commentare, di fare tutto un insieme di azioni all'interno del libro ma con un'immediata ricaduta anche nel mondo delle relazioni sociali in rete».

A lungo termine, invece? L’introduzione di un nuovo medium modifica i media preesistenti; con l’affermazione del libro elettronico che cosa succederà al libro di carta?

«La maggior parte degli osservatori considerano carta ed e-book due tecnologie che possono andare tranquillamente a braccetto. Secondo me, in prospettiva no: progressivamente, molto lentamente, perché siamo molto abituati al libro su carta che ha una lunghissima tradizione, si leggerà sempre più in elettronico e quindi il libro su carta diventerà una cosa per collezionisti, per antiquari. Già tra dieci anni avremo dei dispositivi di lettura migliori di quelli di oggi, ma il passaggio a questi dispositivi di lettura richiede anche un passaggio di generazione. Le generazioni attuali sono ancora molto abituate al libro su carta e continueranno a usare molto anche il libro su carta, quindi questa sovrapposizione, questa compresenza, ci sarà sicuramente per i prossimi venti-venticinque anni, poi credo che progressivamente si affermeranno decisamente i supporti digitali».

Ovviamente non basta trascrivere in digitale il testo di un libro cartaceo per ottenere un libro elettronico. Per fare un e-book ci vuole…

«Una rappresentazione del testo. Il testo non è solo una successione di caratteri, è una successione di caratteri organizzata in capitoli, in paragrafi, con un indice, con delle note a pie' di pagina… L'organizzazione del testo è molto importante, la rappresentazione, le scelte che facciamo, quali di questi fenomeni vogliamo mantenere nel caso del libro elettronico e quali eventualmente vogliamo aggiungere. Per esempio, l'aggiunta di contenuti multimediali naturalmente pone problemi nuovi. Ecco, non basta il testo, ci vuole una rappresentazione, un'organizzazione del testo, e quindi un formato che permetta di organizzare il testo, e ci vogliono le funzionalità che accompagnano la lettura».

Il libro elettronico è necessariamente ipertestuale, multimediale, interattivo? Quali forme di testualità favorisce?

«No, il libro elettronico di per sé può essere anche un normale testo scritto e lineare; la potenza espressiva della scrittura è tale, credo, che anche nell'era della multimedialità, dell'ipertestualità, continueremo a usare anche molto testi che sono fatti di scrittura, di parole. Il libro elettronico apre anche altre prospettive, di testi in cui l'integrazione tra contenuti multimediali e scrittura sia molto più forte. È tanto tempo che si parla di narrativa ipertestuale; la narrativa ipertestuale ha prodotto alcuni esempi anche interessanti, anche curiosi, ma che ci fanno capire proprio per il loro carattere molto particolare che di per sé raccontare una storia è qualcosa che richiede una struttura abbastanza lineare. Se immaginiamo una versione ipertestuale dei Promessi sposi in cui da un lato abbiamo il don Abbondio che conosciamo, pavido, preoccupato, e dall'altra un don Abbondio coraggioso che risponde ai bravi "io li sposo comunque", quelli diventano due personaggi diversi, e costruire due narrative o quattro o otto, biforcare in continuazione le narrative moltiplicando i personaggi diventa qualcosa che fa perdere caratterizzazione, immersione, al lettore. Da questo punto di vista la narrativa ipertestuale basata unicamente sulla scrittura, credo, è qualcosa che ha delle prospettive di sperimentazione ma abbastanza limitate. Diverso è il caso se si vuole fare un manuale di scuola o una guida turistica. A quel punto, in forme diverse, perché ci sono tante tipologie di ipertesti, sperimentare anche la forma ipertestuale può avere un senso».

Come cambia la lettura in ambiente digitale, sia come esperienza individuale che sociale? Rispetto alla modalità tradizionale quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi? Quali esigenze vengono meglio soddisfatte?

«L'esperienza della lettura cambierà perché le situazioni di lettura e gli strumenti di lettura sono molto importanti per definire la nostra esperienza di lettura. Però cambierà portandoci dietro tutta l'eredità della tradizione. Non siamo disposti a rinunziare a leggere Jane Austen o Stendhal o Proust, vogliamo continuare a leggere anche queste cose e a scrivere romanzi che abbiano delle caratteristiche tutto sommato abbastanza tradizionali. Quei libri li leggeremo forse in situazioni e con strumenti un po' diversi, magari molto più orientati alla condivisione, alla discussione sociale, ma la modalità di lettura da un certo punto di vista rimane la stessa perché rimane quel certo tipo di struttura testuale. Direi che si allargano le modalità possibili per la lettura, le forme possibili di lettura, però portandosi dietro tutta l'eredità della tradizione».

In particolare, quali sono le potenzialità del libro elettronico come strumento didattico?

«L'e-book offre delle ottime possibilità come strumento didattico, ma possibilità che richiedono ancora un certo lavoro di elaborazione e di studio. Basti pensare a due fattori essenziali: primo, perché l'e-book possa funzionare bene come strumento didattico, tutti gli studenti devono avere in mano un dispositivo di lettura resistente, funzionale, non troppo costoso e con una capacità molto buona di gestire contenuti multimediali. Noi, in realtà, oggi un dispositivo di lettura veramente adatto alla scuola come costi, come funzionalità, come resistenza non l'abbiamo ancora, così come abbiamo ancora bisogno di parecchio lavoro di sperimentazione per costruire dei contenuti adatti alla fruizione su quel tipo di dispositivi. Credo che da questo punto di vista una certa tendenza a spezzettare i contenuti, a far perdere i fili narrativi, sia negativa; credo che nella scuola ci sia bisogno di libri, non soltanto di materiali didattici. C'è un grosso lavoro da fare. Non credo che si possano saltare artificiosamente le tappe, dire "da domani usiamo tutti obbligatoriamente i libri elettronici". Ma quali? Cosa sono? Qual è il dispositivo su cui li leggiamo? Come sono organizzati? Per prima cosa ci dobbiamo porre questi problemi. Nel momento in cui avremo risolto questi problemi, allora veramente il passo della sostituzione si potrà fare anche nella scuola con diversi vantaggi».

Che cosa comporta per l’editoria la diffusione del libro elettronico?

«Analizzare tutti i cambiamenti della filiera editoriale è cosa estremamente complessa. Per cercare di sintetizzare e semplificare al massimo, credo che il ruolo dell'editore, che è un ruolo di mediazione (l'editore seleziona, sceglie, chiede anche agli autori certi tipi di libri, si identifica con certe politiche culturali), rimane importante. Proprio perché aumenta moltissimo la circolazione dei testi, questo lavoro di selezione e validazione diventa ancora più importante. Detto questo, sicuramente aumenteranno anche molto i libri autopubblicati e non è detto che in tutti i casi il libro autopubblicato sia un sinonimo di bassa qualità. Ci sono dei meccanismi che tecnicamente si chiamano di filtraggio collaborativo; la comunità dei lettori riesce a fare emergere i libri che interessano di più (non è detto che siano sempre quelli di migliore qualità, naturalmente). Da questo punto di vista l'autopubblicazione potrà anche produrre fenomeni di un certo successo, cosa che prima era molto più difficile. Andiamo verso una situazione in cui potranno convivere sia il ruolo delle case editrici – selezione, validazione, politica culturale ben identificabile – sia un processo attraverso cui nel mondo del selfpublishing, dell'autopubblicazione, emergono dei testi interessanti che possono vendere anche bene, anche se saranno una piccola percentuale di quelli che vengono autopubblicati. Questo non è naturalmente l'unico aspetto della filiera editoriale che cambia. In questo momento i distributori digitali hanno un ruolo abbastanza notevole. Forse ce l'hanno perché siamo davanti a un mercato in cui la filiera, che va dalla realizzazione del libro elettronico alla sua distribuzione, non è ancora ben oliata. Il libro elettronico che esce dall'editore deve ancora essere preparato, deve essere distribuito con delle tecnologie che in questo momento l'editore non ha, quindi c'è un ruolo per i distributori; ma non è detto che questo continuerà a essere vero in futuro. I cambiamenti del mercato editoriale saranno notevoli, e anche per quello che riguarda l'editore, il fatto che il ruolo dell'editore rimanga, non vuol dire che questo ruolo possa essere svolto nello stesso modo. Gli editori che rimangono molto ancorati al mercato distributivo tradizionale, cioè a modelli di distribuzione e di produzione tradizionali, rischiano di avere grossi problemi, tanto più in una situazione in cui ci sarà una sovrapposizione – per un periodo di tempo medio-lungo – dell'elettronico e della carta e mantenere sostenibili due canali di distribuzione molto diversi non è per niente banale. Per esempio, le librerie fisiche, secondo me, avranno e hanno già, in particolare nel mondo anglosassone, non solo per via dei libri elettronici ma anche per quello, delle difficoltà».         

Quali problemi giuridici si configurano dal punto di vista del diritto d’autore? E quali possono essere le soluzioni?

«Ovviamente è importante che ci sia una tutela del diritto d'autore, perché l’indipendenza economica garantisce la libertà dell'autore di scrivere quello che vuole. Prima dello sviluppo dell'editoria di consumo, dell'editoria diffusa, gli scrittori erano scrittori o perché erano ricchi e potevano permetterselo o perché avevano dei mecenati che li pagavano; il passaggio a una situazione in cui l'autore guadagna con i frutti del proprio lavoro, se il proprio lavoro vende, abbastanza da mantenersi, è un passaggio importante per l'indipendenza degli autori. Quindi è importante che ci siano dei meccanismi di tutela e lo stesso discorso si potrebbe fare, in parte almeno, per gli editori. Però siamo in un mondo, quello del digitale, in cui i contenuti sono riproducibili con facilità estrema. In questo mondo di facile, immediata riproducibilità digitale dei contenuti la protezione è molto difficile, come ci insegna il caso della musica. Non credo nelle forme di criptatura, di protezione cosiddetta dura, perché diventano scomode per l'utente e dove c'è una scomodità, dove diventa più comoda la copia pirata di quella legale, non c'è proprio partita. Bisogna riuscire a costruire intorno al mercato legale una serie di servizi aggiuntivi che possono essere legati anche a procedure di autenticazione e che fanno sì che il libro elettronico legale sia più comodo da usare e contemporaneamente più completo e più ricco. In questo momento nel mondo dei diritti legati agli e-book ci sono due modelli: c'è il modello, appunto, della chiusura forte, della blindatura, che secondo me per tanti motivi non funziona, e c'è il modello dei cosiddetti DRM sociali: anziché rendere impossibile o molto complicato copiare un libro da un dispositivo all'altro, noi creiamo dei file che si possono tranquillamente copiare o riprodurre ma al cui interno è inserita una specie di ex libris digitale che dice di chi è quella copia. Questo secondo me è un meccanismo che già oggi funziona un po' meglio, però non è la soluzione. Questi ex libris digitali se non sono associati a dei servizi, ossia a qualche cosa a valore aggiunto, possono essere facilmente riprodotti oppure eliminati dalla copia del libro elettronico. La vera soluzione secondo me sta nell'associazione tra questo tipo di ex libris digitale, e quindi identificazione all'interno del libro, e servizi a valore aggiunto dati a chi ha comprato il libro legalmente».

Con i libri elettronici e le biblioteche digitali mutano la trasmissione e la conservazione del sapere. L’obsolescenza di supporti, codifiche e formati, benché superabile da un punto di vista teorico-pratico, può rappresentare un fattore di rischio per la tradizione culturale? Si affermeranno nuovi criteri di selezione delle conoscenze e delle opere degne di essere tramandate? Più in generale, in un mondo digitale avanzato dobbiamo aspettarci cambiamenti della funzione e del concetto di memoria?

«L'obsolescenza dei supporti è un tema di cui si parla molto. Chi parla, in genere, di obsolescenza di supporti fa un ragionamento lineare e di per sé non sbagliato: i supporti digitali sono i più fragili in assoluto e questo è un grosso problema. Il punto è che per garantire la trasmissione nel tempo abbiamo due strategie: una è quella di avere supporti durevoli, l'altra è la ridondanza, la duplicazione delle informazioni. I libri delle biblioteche si sono conservati meglio dei manoscritti non perché la carta su cui erano stampati fosse migliore della carta sui cui erano scritti i manoscritti (in genere è vero il contrario), ma perché il manoscritto era scritto in pochi esemplari (anche qui ci sono ovviamente situazioni molto diverse); il libro a stampa ha molte copie e questa ridondanza è di per sé una garanzia di conservazione. Quindi il digitale ha, da un lato, un problema di maggiore obsolescenza dei supporti, che in parte si può superare perché sono già allo studio, sono in parte realizzati, dei supporti a minore obsolescenza, ma il punto fondamentale è proprio quello della ridondanza, della facilità nel fare copie. La ridondanza e delle buone politiche di attenzione ai supporti, insieme, possono dare una conservazione addirittura migliore, cioè una situazione ideale, in cui il digitale non è a rischio di mancata conservazione a lungo termine ma è un aiuto per la conservazione a lungo termine. C'è anche un altro problema, quello dell'obsolescenza dei formati. Da questo punto di vista credo che abbiamo imparato parecchio: la maggior parte dei documenti oggi sono scritti utilizzando, in una forma o nell'altra, un linguaggio che si chiama XML, che ha una caratteristica molto importante dal punto di vista della conservazione nel tempo, cioè il fatto che dichiara esplicitamente come viene strutturato e organizzato il documento. È molto difficile pensare che un file XML diventi obsoleto; sarà sempre leggibile, come una lingua che si porta con sé la sua grammatica e la sua sintassi. L'obsolescenza dei formati non è più veramente un problema, lo è stato all'inizio. Oggi con l'XML non lo è più. Il problema dell'obsolescenza dei supporti è un problema che si può superare se si lavora in questa duplice direzione: supporti migliori e giuste politiche di duplicazione e migrazione».

Il più grande progetto mondiale di digitalizzazione libraria, Google Books (più di dieci milioni di libri), è stato realizzato da un’azienda, scatenando polemiche e controversie giudiziarie. Negli Stati Uniti è stata da poco pronunciata una sentenza avversa all’accordo tra la compagnia e due associazioni di editori e autori. Google ha una partnership anche con il Mibac. La collaborazione pubblico-privato è la strada giusta? Quale ruolo dovrebbe esercitare il partner pubblico?

«In una situazione ideale lo Stato si rende conto che l'investimento sulla cultura è quello più produttivo. In una situazione ideale, gli Stati, la Comunità Europea si dovrebbero far carico massicciamente di investire nella digitalizzazione della nostra cultura. Siccome non viviamo in un mondo ideale, è sicuramente preferibile che ci sia una collaborazione tra pubblico e privato, e da questo punto di vista non sono contrario a grandi progetti di digitalizzazione imprenditoriale, come quello rappresentato da Google Books. Credo, però, che la collaborazione tra pubblico e privato in questo campo vada fatta in una situazione di grande chiarezza; il pubblico non si può permettere di affidare delle esclusive ai privati, la proprietà o i diritti di sfruttamento economico, in maniera irragionevole. Chi fa la digitalizzazione privata deve avere un suo tornaconto, ma in un quadro in cui ci si rende conto che ci sono anche delle priorità sociali perché la cultura è un valore sociale. L'accordo che in Italia si è fatto con Google Books, tutto sommato, è un accordo, secondo me, da questo punto di vista abbastanza ragionevole».

Europeana, la biblioteca digitale europea, è ancora agli inizi. Quali osservazioni e valutazioni si possono fare al momento su questo progetto?

«
È un progetto estremamente interessante, positivo, buono, però è un progetto a cui i vari paesi europei hanno partecipato un po' in ordine sparso. Ancora oggi, per esempio, la presenza italiana in Europeana è molto, molto limitata, mentre ci sono altri paesi, la Francia soprattutto, che hanno una presenza molto più forte. Ci vorrebbe, probabilmente, un coinvolgimento maggiore e anche delle forti garanzie di durata nel tempo. Questo tipo di progetti non può andare avanti dicendo "lo finanziamo per tre anni e poi si vede", perché se lo si finanzia per tre anni e poi non lo si finanzia più vuol dire proprio aver buttato i soldi che abbiamo dato nel primo finanziamento. È importante che ci sia una continuità e ci sia una politica di lungo tempo e di lungo respiro. Europeana è un buon progetto europeo che per andare avanti bene ha bisogno di un impegno di tutti i paesi e di politiche di lungo respiro che diano una garanzia nel tempo della sostenibilità».
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