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9/2/2009

Viaggiatori in Molise / 4

Le testimonianze di visitatori illustri del Novecento: tradizione, innocenza, miseria


Gentile | Canziani | Bocca | Piovene | Betocchi

Brandi



Inesorabile scorre il tempo e tutto sconvolge e muta. Come doveva apparire Termoli a  quell’instancabile e sensibile viaggiatore che fu Cesare Brandi nel XX secolo. In Terre d’Italia scrive: «Termoli, questo nome che pare germogli: sul litorale adriatico un promontorio che doveva sorgere dal pianoro molisano con uno scatto improvviso, e ora da lontano neppure ce se ne accorge, assiepato com’è dalla folta edilizia che lo sviluppo industriale gli ha creato intorno. Certo, tutto non si può avere, e bisogna pur vivere. Ma il piccolo e aereo nucleo della città vecchia è ancora rimasto abbastanza con la sua effigie di borgo di pescatori, contenuto dagli alti bastioni su un mare tenue, limpido e di qua e di là a perdita d’occhio».

Una città in cui a dominare è il bianco delle case, in cui la sconcezza del mastio del castello è identificato – senza che il viaggiatore se ne accorga – alla stregua di un «rigido gabinetto bianco sulla cima». Una città asettica, rimescolata da capo a fondo che lo sguardo del viaggiatore abbraccia nel nitore del bianco che domina l’antico borgo: una città che sembra così essersi scrollata di dosso definitivamente il lerciume del secolo precedente. 



Tutto ciò lascia intravedere Brandi senza che ce lo descriva. Altro lo muove: tutta la sua attenzione è rapita dalla monumentale cattedrale con la sua piazza squilibrata, ingrandita con l’abbattimento delle case poste un tempo sull’ala sinistra (Resta il fatto, però, che l’allargamento sulla sinistra ha squilibrato la piazza rispetto alla facciata che ora si trova in angolo, come se la piazza non la riguardasse: ed è, quella facciata, la ragione stessa per cui si viene a Termoli). La facciata della chiesa è di stile romanico (definito anche stile pugliese perché domina nelle chiese di Troia e di Siponto). La facciata con le sue finestre (sei per l’appunto: motivo inedito) costituiscono un effetto plastico straordinario che non è diminuito certamente dal fatto che le sculture sono rovinate. L’interno purtroppo ha subito sciagurati restauri (è stata ricavata una cripta che prima non c’era e una scalinata scenografica che è un assurdo stilistico). A dominare sono pertanto due figure retoriche: assurdo ed alterazione; tutto il ripristino – a sentire Brandi – grida vendetta. Fuori l’attende una visione che placa l’a nimo inquieto: le straduzze giacciono dentro il sole come sott’olio. Leggiamo ancora: «Si arriva subito sugli spalti, e lì si vedono per lo più reti ad asciugare. Una cosa autentica, senza falso rustico, perché le reti stanno ad asciugare e non da addobbo di una trattoria. Sebbene anche l’abitato di Larino sia ugualmente intimo e gradevole, questo di Termoli ha sicuramente un fascino maggiore, e forse proprio per gli affacci sul mare e delle sue viuzze, per questo anello di terra, di cielo e di mare, che circonda il nucleo delle case. Che Termoli vecchia rimanga ai pescatori e non ai villeggianti estivi che tingono le case di verde o di viola». Nel complesso la chiesa è bella e costituisce il vanto della popolazione di Termoli e gli abitanti per il suo nitore si tolgono il pane dalla bocca.



* Tratto da Viaggiatori in Molise, a cura di Massimo Bignardi, Electa Napoli
Veduta del Castello D’Alessandro, Pescolanciano (Isernia)
Veduta del Castello D’Alessandro, Pescolanciano (Isernia)

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