Un momento dell’Esposizione Universale a Milano nel 1906
L’Esposizione Universale del 1906, che consacrò come stile ufficiale il Liberty, ne segnò
anche la parabola discendente. Il Liberty, da considerarsi il postmoderno di quegli anni,
in realtà si andava esaurendo in “fuochi d’artificio illusionistici” e spesso poco convincenti
perché potesse candidarsi come emblema del nuovo secolo. Dietro l’angolo c’erano già i futuristi e Sant’Elia. In lontananza si intuiva la presenza di Persico, Pagano, Terragni, Ponti, Lancia e di tutta la pattuglia
razionalista.
Gli architetti dell’Esposizione Universale, alcuni di mediocre levatura, capeggiati da Sebastiano Giuseppe Locati, sancirono la fine del nuovo stile, dichiarato colpevole, nell’ultimo periodo, di una volgarità
schiava di un atteggiamento retorico che anticipava la subdola retorica a sfondo
nazionalistico.
Nel 1913 Sommaruga concludeva la stagione del Liberty milanese, destinato dopo quella data a una breve e esile
sopravvivenza nell’edilizia minore. Il breve intervallo che separa quegli anni dalla stasi edilizia della Prima Guerra Mondiale segnava la rivincita dell’eclettismo, nella quale defluivano i frammenti e i manierismi
sopravvissuti al Liberty. La città scapigliata e ottocentesca stava diventando un ricordo oramai sempre più
sbiadito. Anche per gli stessi milanesi.
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