Vittorio Giardino è uno degli autori italiani di fumetto di maggior prestigio nel nostro paese
e all’estero. Ha abbandonato la professione di ingegnere elettronico per dedicarsi a
quest’arte. Ha una schiera di lettori fedeli che seguono le sue storie, spesso ambientate nel
contesto di decisivi momenti storici, e ha collaborato con dei racconti brevi con quotidiani e
periodici d’attualità, e con illustrazioni a diverse riviste a diffusione nazionale. Giardino
descrive in questa intervista il suo rapporto con il fumetto e racconta in particolare il modo di
procedere nella creazione delle sue storie.
I suoi estimatori sanno che fisicamente Max Fridman, il personaggio protagonista della
trilogia No pasaran appena conclusa con l’uscita del terzo volume, è fisicamente un suo
sosia. Come è nato questo personaggio, che la accompagna da molti anni?
«Frequentemente i personaggi dei fumetti rispecchiano le fattezze dell’autore delle
storie, quando non ricalcano l’aspetto di un divo del cinema, come per esempio Dylan Dog. Se
lei guarda Corto Maltese può constatare come sia uguale a Hugo Pratt con trenta chili di meno.
Un’altra ragione che tutti gli addetti ai lavori conoscono e forse i lettori no è che quando
bisogna disegnare qualcosa di abbastanza difficile l’unica possibilità che hanno gli autori
di fumetto che non possono permettersi l’uso di un modello è di guardarsi allo specchio per
riprodurre quella certa situazione, espressione o movimento che poi si dovrà riprodurre sulla
carta. Naturalmente ci sono anche altre ragioni e, sì, forse una punta di narcisismo sulla quale
però non vale la pena di indagare troppo.
Quello che è importante però nella scelta del personaggio di Max Fridman è che si tratti di un esponente della media borghesia europea ebraica e internazionale, e dunque della diaspora: fatto fondamentale pensando al periodo storico in cui io ambiento le vicende, quello degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Per cui mi è sembrato che la scelta di un personaggio ebreo ne facesse un testimone, ahimè, ineguagliabile per tutti i drammi che hanno attraversato la storia d’Europa in quel periodo».
Quello che è importante però nella scelta del personaggio di Max Fridman è che si tratti di un esponente della media borghesia europea ebraica e internazionale, e dunque della diaspora: fatto fondamentale pensando al periodo storico in cui io ambiento le vicende, quello degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Per cui mi è sembrato che la scelta di un personaggio ebreo ne facesse un testimone, ahimè, ineguagliabile per tutti i drammi che hanno attraversato la storia d’Europa in quel periodo».
Leggendo le vicende spagnole di Max Fridman si sente l’eco delle opere di Orwell o di
Koestler e nelle introduzioni dei suoi libri ci sono le foto di Robert Capa: la graphic novel nel suo caso diventa romanzo storico a fumetti sui temi della storia del
Novecento. Nella costruzione delle storie di Max Fridman ha contato di più la passione
storico-politica o il gusto letterario?
«È una bella domanda… ci aggiungerei il gusto cinematografico. Direi che ha contato un
po’ tutto questo: prima di tutto io ho conosciuto la Guerra civile spagnola nelle opere di
letteratura lette negli anni lontani del ginnasio, ma in generale il mio interessamento per la
storia è costante così come quello per la letteratura ed il cinema. A indirizzare la mia scelta ha
contribuito la somiglianza che io penso ci sia stata fra la Guerra civile spagnola e quel che fu in
Italia la guerra civile dopo l’8 settembre 1943. Io sono nato a Bologna nel 1946 e
quindi non ho vissuto quell’esperienza, ma nella mia famiglia se ne parlava continuamente,
quindi i miei ricordi di bambino sono pieni di ricordi, personali anche se non diretti, riferiti a
quegli eventi, che hanno contribuito alle mie scelte».
Nel suo sito internet e in alcuni dei suoi libri sono mostrate alcune tavole di versioni di
pagine poi scartate, che sembrano mostrare come il suo lavoro sia affine a quello del cinema, con
diversi ciak, solo che lei è sceneggiatore e regista insieme. È così? Funziona così?
«Eh sì, è ancora peggio, direi… sono sceneggiatore e regista, ma anche trovarobe,
scenografo, costumista, truccatore… Facendo un’analogia col cinema io realizzo un film
tutto da solo: dalle mansioni più difficili e intellettuali a quelle più materiali. Fra
l’altro le mansioni meno creative mi piacciono moltissimo. Per le storie di Fridman ho fatto
ricerche estenuanti sulla situazione della funivia che collega il porto di Barcellona al Montjuïc
durante la guerra, cercando quindi di stabilire se e quando fosse realmente in funzione. Sono fatti
al di fuori della storiografia ufficiale che riguardano la vita quotidiana».
Lei ha impiegato dieci anni a completare la trilogia di No pasaran, ed è noto, soprattutto ai suoi estimatori che attendono nuove storie, il tempo
che ci mette a scrivere: da cosa dipende, ansia di perfezione o necessità pratiche della
realizzazione?
«A fare tre libri ci ho messo otto anni. Se si considerasse il lavoro dell’autore di
fumetti alla stregua del romanziere sarebbe un buon ritmo. Tre romanzi in otto anni, anzi quattro
perché in mezzo ho fatto un libro più leggero, non è male. Un romanzo ogni due anni: una produzione
che per un narratore sarebbe piuttosto prolifica nei fumetti viene considerata lenta».
Forse dipende dalle aspettative dei lettori…
«I miei lettori, devo fare un inciso, che ho incontrato quest’anno alla Fiera del libro
di Torino, mi hanno veramente stupito per la loro cultura e competenza. Io in ogni caso faccio
tutto da solo, quindi le storie le devo immaginare e le devo scrivere prima di disegnare. Questo
costituisce quasi la metà del tempo di preparazione di un libro. Quindi non sono poi un disegnatore
così lento: non disegno una storia con testo, istruzioni e documentazione già date. Io sono il
primo che se avesse la possibilità di far uscire un libro ogni tre mesi lo farebbe. Un’altra
cosa che forse non è chiara ai lettori è che io ho sempre delle esitazioni al momento di cominciare
un libro perché so in anticipo che impegnerà due o tre anni del mio lavoro. Il timore di fare delle
scelte sbagliate è molto forte. Una volta cominciato non ci penso più, ma prima ho molti dubbi».
Oltre a Fridman c’è anche Jonas Fink. Cosa ci può dire dell’atteso terzo
episodio della storia ambientata in Cecoslovacchia?
«Lì sono veramente in ritardo, visto che il primo volume è uscito dieci anni fa. Spesso la
spinta decisiva ad affrontare un argomento piuttosto che un altro me la dà la grande politica
contemporanea. Io ho cominciato la storia di Jonas Fink, che è la storia di un bambino, e dovrebbe
essere la storia di una vita nel mio progetto, con l’infanzia nella Praga degli anni
Cinquanta, quella del buio stalinista. L’idea la covavo da tempo ma l’ultima spinta me
l’ha data il crollo del muro di Berlino. Prima che riuscissi a finire le tre parti che
compongono questa lunga storia, terminata la seconda, è scoppiata quella che io chiamo la guerra
civile di Jugoslavia, con l’assedio di Sarajevo, e siccome io stavo covando da tempo, come ho
detto prima, delle idee su una storia ambientata nella Guerra civile spagnola, mi sono sentito
spinto a cominciare questa anche se non avevo finito l’altra. Ecco le ragioni per cui ho
compiuto questo percorso un po’ zigzagante».
La storia dovrebbe finire con la primavera di Praga del ’68…
«Non c’è nessun mistero, ne ho già parlato. Questa storia nella mia mente è molto
chiara: so esattamente cosa deve succedere nella terza e ultima parte. Le posso dire che gli
avvenimenti narrati saranno quasi tutti all’epoca della fine della cosiddetta primavera di
Praga, nell’agosto del 1968 al momento dell’invasione sovietica. Con un epilogo ai
giorni nostri. Quindi un altro volume piuttosto corposo».
Lei sembra essere molto vicino, in senso generale, alla “linea chiara” del
fumetto franco-belga, dal Tintin di Hergé al Mortimer di Jacobs. È così? Qual è il suo
pensiero su quella scuola?
«Io credo che ciò che influenza i disegnatori di fumetti, ma anche gli autori, i pittori e gli
artisti in generale segua una via a volte tortuosa e che viene da molto lontano. Sono
convinto che la cosiddetta linea chiara del fumetto franco-belga abbia in realtà origine nella
grafica e illustrazione liberty di fine Ottocento o primi del Novecento. Grafica che a sua volta
aveva origine dalla scoperta in Occidente della grande grafica giapponese dell’ukiyo-e che era stata fatta decenni prima da quei grandi artisti che noi oggi osanniamo,
ma che all’epoca nessuno voleva (si pensi a Van Gogh, la galleria Vollard eccetera), che per
primi hanno reso popolari le stampe giapponesi del periodo classico. Parallelamente è avvenuto un
fenomeno bizzarro per cui i manga giapponesi di oggi fanno riferimento tutto sommato a una grafica
che è occidentale e che ha origine tutto sommato negli Stati Uniti degli anni Trenta invece che
alle loro stesse tradizioni di un secolo prima. Nel caso peculiare della linea chiara credo che si
presti particolarmente a descrivere con esattezza un determinato ambiente o un periodo storico:
permette di mostrarne i dettagli. Non è però una scelta consapevole. Mi è venuto d’istinto di
disegnare in quel modo; le ricordo che io sono del tutto autodidatta dal punto di vista artistico:
ho fatto il liceo classico e poi all’università ho fatto ingegneria».
Il fumetto in Italia è oggi riconosciuto per la sua qualità artistica e culturale, grazie
anche ad autori come Hugo Pratt. Qual è il suo rapporto con l’opera di questo maestro? E
quali fumetti ha amato o hanno influenzato il suo percorso?
«Se la domanda è sui fumetti che io amo è difficile rispondere perché sono tantissimi, mentre
posso citare i fumetti che pesantemente hanno influenzato non solo il mio lavoro ma la mia vita.
Partirei dai primi in senso cronologico, che son quelli che oggi definiamo genericamente Disney, ma
in realtà i paperi di Carl Barks e i topi di Floyd Gottfredson. Naturalmente allora non sapevo chi
erano questi due grandissimi autori, però riconoscevo il loro disegno. Poi più tardi, molto più
tardi, la scoperta di Linus, non tanto il personaggio quanto la rivista, ovvero il fumetto colto
internazionale: e all’interno di questo fumetto un posto speciale ce l’ha certamente
Hugo Pratt, che io considero un personaggio rispetto al quale non solo io ma tutti gli autori di
fumetto hanno dei debiti grandissimi. E vorrei riconoscere infine per la qualità (senza far torto
ad autori come Crepax, Manara, Pazienza o Magnus) una menzione speciale a Moebius. Attenzione, a
Moebius, non a Jean Giraud, perché tutto sommato è un grande disegnatore anche quando fa il
western, che fra l’altro ha più pubblico. Ma Moebius il disegnatore che ha inventato la
fantascienza che oggi sembra naturale, e all’epoca ha anticipato tutti, compreso Blade Runner».
È lui ha che inventato il mostro di Alien?
«Credo di sì, certamente ha contribuito al cinema, ma la dimensione della sua immaginazione,
l’idea di questo mondo a più livelli e a più razze è veramente grande e originale. Se
c’è una persona vivente che è la dimostrazione dello specifico del fumetto cioè di qualcosa
che nel fumetto è relativamente facile da realizzare e che è quasi impossibile in qualunque altro
media è proprio nelle sue storie di fantascienza. La potenza e la facilità con cui lui riesce a
creare universi fantastici è qualcosa che sarebbe possibile al cinema solo spendendo decine di
milioni di dollari e probabilmente con meno efficacia».
Quanto dovremo aspettare per la sua prossima opera, e quale sarà?
«Mi piacerebbe poter realizzare tutti i progetti che ho in testa… Mi piacerebbe mandare
Fridman a Vienna per una storia che ho in mente che ha a che fare con gli allievi di Freud. Poi mi
piacerebbe mandare Fridman a Tel Aviv prima della fondazione dello Stato di Israele. Un’altra
idea è una storia già scritta a metà e ambientata in Olanda durante la guerra. Un’altra
riguarda Max Fridman un po’ marginalmente, ed è ambientata nei giorni della liberazione
di Bologna, per raccontare cose che si perdono, non tanto a livello storico, ma nella coscienza
popolare. Certo le storie di Fridman che vorrei raccontare sono molte e non so quanto tempo ci
vorrebbe, certamente molti decenni…».
Beh, noi siamo disposti ad aspettare
«Speriamo… ».










