La più famosa di tutte le grotte capresi è, naturalmente, la Grotta Azzurra. Con migliaia di
visitatori che vi si recano ogni anno, è la formazione più popolare e visitata. Pochi però
conoscono la sua storia.
Già nell’Ottocento la sua esistenza non era un segreto. La Grotta Azzurra aveva un altro nome: Gràdola, denominazione che figura anche su una carta geografica del 1696 e con la quale la località viene ancora indicata. Pochi erano quelli che vi si
addentravano. Le cronache del tempo narrano che persino i pescatori ne stavano alla larga, perché
consideravano la caverna un “antro maledetto”, su cui si raccontavano leggende terrificanti: due preti vi erano entrati ma ne erano usciti subito, in
preda al terrore, riferendo poi di aver visto anime di dannati che come bianche ombre occupavano le pareti dell’antro. La grotta
diventò “il tempio del demonio”. Nessuno osava avvicinarsi, nonostante le acque intorno
fossero ricche di saraghi e cernie.
Nell’estate del 1826 vi si addentrarono coraggiosamente due turisti tedeschi: il poeta Augusto Kopisch e il pittore Ernesto Fries, ospiti della
casa del notaio don Giuseppe Pagano. Una sera a cena il notaio raccontò ai suoi ospiti la
leggenda della Grotta Azzurra considerata tempio di Belzebù, rimasta inviolata da anni. Il giorno
dopo, il 17 agosto del 1826, i due artisti e il notaio, con l’asinaro Giuseppe Federico e
il pescatore Angelo Ferraro, si recarono alla cavità. Kopisch e Fries si tuffarono con un barile di pece incendiata che illuminava l’antro,
mentre gli accompagnatori restavano ad attenderli in barca. Grazie al rudimentale sistema di
illuminazione, i due tedeschi si accorsero che non vi si trovava nulla di demoniaco, e che i
bagliori terrificanti altro non erano che i riflessi del sole sull’acqua dal fondo sabbioso. Le “bianche ombre” sulle pareti,
invece, non furono viste dai due tedeschi che pertanto non seppero dire nulla in proposito.
La spiegazione sarebbe arrivata 150 anni dopo, quando fu ritrovata una serie di sculture
marmoree all’interno della grotta. Quei “simulacri” non erano fantasmi ma semplicemente statue di epoca romana. Le sculture erano parte della decorazione di un ninfeo
dell’imperatore Tiberio, originariamente collegate alle pareti con dei ganci, che poi, corrosi dal
mare, avevano ceduto lasciando cadere le statue sul fondo.
Di ritorno dalla spedizione, il gruppo rifletteva sul nome da assegnare alla Grotta. Fu
Kopisch ad avere l’illuminazione: «Chiamamola Grotta Azzurra – disse – è uno strano nome, questo
incuriosirà la gente che vorrà venire a visitarla». “Azzurro”, vocabolo di origine persiana, allora era un aggettivo raro.
Ma la storia della Grotta Azzurra non finisce qui. Qualche anno dopo, un esule russo in visita a Capri propose di cambiare il nome alla Grotta da “azzurra” in “glauca” perché l’aggettivo “glauco” (equivalente di azzurro) era secondo lui
più suggestivo. Apostol Mouravieff condusse una battaglia, scrivendo lettere e petizioni ma quando
nel 1835 Hans Christian Andersen inserì la Grotta Azzurra nel suo romanzo Improvisatoren, non ci furono più dubbi.
Nel 1853 sbarcò a Capri sulla spiaggia della Marina Grande lo studioso tedesco Ferdinando Gregorovius, e si fece portare alla Locanda Pagano, dimora del notaio
compagno degli scopritori della grotta, ormai divenuta un albergo. Sfogliando il libro degli ospiti, vi trovò il racconto della scoperta della Grotta, annotata con precisione da Kopisch 27 anni
prima.
Capitolo
Esplorando le grotte di Capri
La Grotta Azzurra
Il colore intenso della Grotta Azzurra
Immagini

La Marina Grande


















