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Esplorando le grotte di Capri

Azzurra, Matermania, Oscura: gli antri magici dell’isola partenopea

4 aprile 2010

La Grotta Azzurra

Il colore intenso della Grotta Azzurra

Il colore intenso della Grotta Azzurra

La più famosa di tutte le grotte capresi è, naturalmente, la Grotta Azzurra. Con migliaia di visitatori che vi si recano ogni anno, è la formazione più popolare e visitata. Pochi però conoscono la sua storia.

Già nell’Ottocento la sua esistenza non era un segreto. La Grotta Azzurra aveva un altro nome: Gràdola, denominazione che figura anche su una carta geografica del 1696 e con la quale la località viene ancora indicata. Pochi erano quelli che vi si addentravano. Le cronache del tempo narrano che persino i pescatori ne stavano alla larga, perché consideravano la caverna un “antro maledetto”, su cui si raccontavano leggende terrificanti: due preti vi erano entrati ma ne erano usciti subito, in preda al terrore, riferendo poi di aver visto anime di dannati che come bianche ombre occupavano le pareti dell’antro. La grotta diventò “il tempio del demonio”. Nessuno osava avvicinarsi, nonostante le acque intorno fossero ricche di saraghi e cernie.

Nell’estate del 1826 vi si addentrarono coraggiosamente due turisti tedeschi: il poeta Augusto Kopisch e il pittore Ernesto Fries, ospiti della casa del notaio don Giuseppe Pagano. Una sera a cena il notaio raccontò ai suoi ospiti la leggenda della Grotta Azzurra considerata tempio di Belzebù, rimasta inviolata da anni. Il giorno dopo, il 17 agosto del 1826, i due artisti e il notaio, con l’asinaro Giuseppe Federico e il pescatore Angelo Ferraro, si recarono alla cavità. Kopisch e Fries si tuffarono con un barile di pece incendiata che illuminava l’antro, mentre gli accompagnatori restavano ad attenderli in barca. Grazie al rudimentale sistema di illuminazione, i due tedeschi si accorsero che non vi si trovava nulla di demoniaco, e che i bagliori terrificanti altro non erano che i riflessi del sole sull’acqua dal fondo sabbioso. Le “bianche ombre” sulle pareti, invece, non furono viste dai due tedeschi che pertanto non seppero dire nulla in proposito.

La spiegazione sarebbe arrivata 150 anni dopo, quando fu ritrovata una serie di sculture marmoree all’interno della grotta. Quei simulacri non erano fantasmi ma semplicemente statue di epoca romana. Le sculture erano parte della decorazione di un ninfeo dell’imperatore Tiberio, originariamente collegate alle pareti con dei ganci, che poi, corrosi dal mare, avevano ceduto lasciando cadere le statue sul fondo.

Di ritorno dalla spedizione, il gruppo rifletteva sul nome da assegnare alla Grotta. Fu Kopisch ad avere l’illuminazione: «Chiamamola Grotta Azzurra – disse – è uno strano nome, questo incuriosirà la gente che vorrà venire a visitarla». “Azzurro”, vocabolo di origine persiana, allora era un aggettivo raro.

Ma la storia della Grotta Azzurra non finisce qui. Qualche anno dopo, un esule russo in visita a Capri propose di cambiare il nome alla Grotta da “azzurra” in “glauca” perché l’aggettivo “glauco” (equivalente di azzurro) era secondo lui più suggestivo. Apostol Mouravieff condusse una battaglia, scrivendo lettere e petizioni ma quando nel 1835 Hans Christian Andersen inserì la Grotta Azzurra nel suo romanzo Improvisatoren, non ci furono più dubbi.

Nel 1853 sbarcò a Capri sulla spiaggia della Marina Grande lo studioso tedesco Ferdinando Gregorovius, e si fece portare alla Locanda Pagano, dimora del notaio compagno degli scopritori della grotta, ormai divenuta un albergo. Sfogliando il libro degli ospiti, vi trovò il racconto della scoperta della Grotta, annotata con precisione da Kopisch 27 anni prima.

Immagini

La Marina Grande


   La Marina Grande