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Coretto di Torchiara

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Tipo:

Opere; coretto; Oggetto fisico

Categoria:

Opere d'arte visiva

Autore:

bottega parmense

Come riporta Corrado Ricci che per primo scoprì questo singolare arredo, il coretto si trovava nel 1894 nell'angolo a sinistra dell'altare maggiore della cappella di S. Nicomede nel Castello di Torrechiara presso Parma e permetteva ai signori del castello di assistere alle funzioni sacre separati dal resto dei fedeli. Nel castello erano inoltre presenti il Polittico di Benedetto Bembo (ora presso la Pinacoteca del Castello) e una cassapanca ora a Palazzo Davanzati a Firenze. Il coretto, insieme al polittico e alla cassapanca, passò successivamente in proprietà dell'antiquario fiorentino Elia Volpi che li inserì nel catalogo dell'asta del 1914. Rimasti invenduti, gli arredi e il dipinto furono collocati in palazzo Davanzati dove figurano esposti nella cosiddetta Sala dei pappagalli. Acquistato insieme al palazzo dall'antiquario Leopoldo Bengujat, il coretto entrò a far parte delle collezioni Achillito Chiesa e Agosti -Mendoza, per essere infine acquistato dal Comune di Milano nel 1936. Secondo le fonti critiche d'inizio secolo, che ripresero approfondendole le notizie riportate dal Ricci, il coretto fu eseguito su commissione del condottiero Pier Maria Rossi (nato a Berceto, piccolo borgo appenninico nei pressi del Passo della Cisa, il 25 marzo 1413) che riedificò nelle forme attuali tra il 1448 e il 1475, anno in cui risulta essere stata terminata la decorazione della "Camera d'oro", il castello di Torrechiara per accogliervi la donna a lungo amata Bianca Pellegrini, moglie di Melchiorre d'Arluno. Il Rossi, che qui si ritirò con l'amante nel 1454, aveva ottenuto l'investitura feudale del castello da Galeazze Maria Sforza. Caduto successivamente in disgrazia per essersi ribellato al colpo di stato di Ludovico il Moro, il condottiero morì a Torrechiara il primo settembre 1482. Il castello, successivamente passato in proprietà del maresciallo Pietro da Rohan, fu poi venduto alla famiglia Pallavicino che lo tenne fino al 1552, anno in cui Luisa Pallavicino lo donò al marito Sforza Sforza conte di Santa Fiora. Gli Sforza, che nel corso dei secoli abbellirono ulteriormente lo storico edificio, cedettero il castello al cav. Pietro Cacciaguerra nel 1909, il quale lo vendette allo Stato, tre anni dopo, privo di ogni arredo. Gli intagli che ornano le pareti esterne del mobile, già assegnato da taluni studiosi alla bottega di Arduino da Baìsio, dovrebbero essere stati realizzati entro il 1475, anno in cui si conclusero i lavori di decorazione della "Camera d'oro", dalle cui formelle l'anonimo intagliatore riprese i motivi araldici che ornano alcuni dei riquadri, mentre i rosoni traforati risultano stilisticamente vicini a quelli presenti negli schienali del coro della chiesa di San Domenico di Ferrara eseguiti da Giovanni da Baìso verso la fine del XIV secolo (Bagatin 1991, p. 15, fig. 2). Se non sussistono dubbi circa l'autenticità della parte intagliata e intarsiata, sorgono invece alcune perplessità sulla struttura di questo singolare mobile, di cui non si conoscono altre varianti, eccettuata la replica novecentesca oggi al Victoria and Albert Museum di Londra. Non del tutto convincente appare infatti la struttura lignea interna e colpisce soprattutto l'incongruenza stilistica tra la parte bassa intagliata e la cuspide i cui pannelli intarsiati a motivi floreali risultano assai prossimi, come notava Pier Luigi Bagatin ad alcune tarsie fiorentine, ad esempio quelle dei banconi della sagrestia della chiesa di Santa Croce a Firenze. Si potrebbe quindi supporre che il coretto sia stato realizzato poco dopo la metà dell'Ottocento utilizzando frammenti lignei quattrocenteschi, in linea con il nuovo gusto antiquariale promosso a Parma da Carlo III di Borbone che in quel giro di anni aveva dato l'incarico all'architetto Paolo Gazola di riarredare in stile neogotico alcuni degli ambienti delle residenze ducali parmensi (Cirillo, Godi 1983, pp 14 e 236), indirizzando così le locali maestranze d'intagliatori al "restauro" e alla ricomposizione "in stile" degli arredi antichi e promuovendo, allo stesso tempo, una sorta di riscoperta del tardogotico e del Rinascimento padano, in alternativa al Biedermeier di Maria Luigia.

Estensione:

altezza: cm 360; larghezza: cm 163; profondita': cm 164

Materia e tecnica:

legno di abete/ doratura/ intaglio/ intarsio/ pittura

Data di creazione:

1450 ca. - 1574 ca.; sec. XV, terzo quarto; 1450 - 1574

Data di modifica:

1972; 1985

Ambito geografico:

Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco - Museo delle Arti Decorative del Castello Sforzesco, Piazza Castello, 1 - Milano (MI), Italia, inv. Mobili 926 (1877-) - proprietà Comune di Milano

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È riferito da: scheda ICCD OA: 0301976181

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Fonte dati

MuseiD-Italia / Collezione dei mobili del Museo delle Arti decorative del Castello Sforzesco - collezione - 1900-2011, XX/ XXI

Identificatore: work_2993

Diritti

Condizioni d’uso del metadato: Pubblico dominio

  • Scheda dati xml Pico
  • Mets
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